|
"Sotto
l’immagine rivelata ce n’é un’altra più fedele alla realtà e sotto quest’altra
un’altra ancora e di nuovo un’altra ancora fino alla vera immagine di quella
realtà assoluta che nessuno vedrà mai."
(Tratto dal
film: "Al di là delle nuvole" di W. Wenders, M. Antonioni)
I confini
delle nostre conoscenze in fatto di mente e cervello sono i confini delle
ricerche e delle conquiste in terreni ancora inesplorati.
E'
necessario andar a cercare le persone che vivono i confini della loro mente per
comprendere dove stanno le regole del gioco.
Non è
corretto pensare che il funzionamento del nostro cervello sia reso evidente dai
risultati che si ottengono nel nostro vivere quotidiano, il sistema percettivo
su cui ci appoggiamo per costruire la realtà che troviamo attorno a noi
sottosta alle nostre stesse conoscenze, alle leggi della forma delle cose, noi
crediamo continuamente di scoprire un mondo attorno a noi mentre disveliamo
unicamente le sue forme implicitamente presenti nel nostro sistema di
conoscenze, le forme, quelle forme, sono già presenti in noi, le regole sono
gli unici riferimenti che possediamo per orientarci, orientare le nostre
esperienze e le descrizioni che facciamo di ciò che ci circonda e che ci
appartiene.
La nostra
percezione ci permette di costruire il mondo attorno a noi, la realtà è
definita dalle continue elaborazioni che il nostro cervello, emulatore di
realtà, ci confeziona, in particolare è la struttura del talamo, all'interno
del nostro cervello, che è delegata a comporre le nostre esperienze percettive,
a mettere assieme le singole esperienze sensoriali in un'unica esperienza
percepibile.
La nostra
esperienza percettiva si compone unendo tre elementi distinti di esperienza,
l'oggetto, la parte fisica che siamo in grado di toccare; la parola, il simbolo
verbale dell'oggetto in considerazione, il nome della cosa, l'immagine,
l'esperienza visiva dell'oggetto; l'unione di questi tre elementi percettivi
attraverso la struttura del talamo costituisce la nostra esperienza sensoriale.
La
conoscenza che possediamo delle cose molto deve alla conoscenza che abbiamo di
noi stessi, percepire non è semplicemente raccogliere qualcosa dal mondo
esterno, è piuttosto scegliere, dunque essendo l'esperienza della realtà un esperienza
emulata, cioè a dire costruita, del nostro cervello, noi percepiamo dalla
realtà le stesse proiezioni percettive che il cervello confeziona per noi,
aggiungendo o sottraendo elementi percettivi attraverso continui aggiustamenti
pragmatici operati sull'esperienza precedente.
E'
possibile pensare che buona parte dell'esperienza sensoriale stessa, avvenendo
per lo più a livello inconscio, non permetta di essere compresa nei suoi
rimaneggiamenti prima di disvelarsi agli occhi di chi agisce percettivamente,
la percezione è in ogni caso un'esperienza agita; attraverso azioni percettive
costruiamo continuamente la realtà per come l'immagine della stessa oggi si
rileva a noi, ricca dell'esperienza percettivo-culturale costruita nei secoli.
E' l'idea
del "tutto" che ci inganna, un continuo articolare il reale che ci
mette nella condizione di non distinguere il lavoro della nostra mente nel
portarci alla luce tutti i particolari della "realtà", siamo abituati
a vivere in un mondo completo, ogni cosa ha un nome ed ogni nome ha una cosa,
tutto si completa dinnanzi alla nostra esperienza sensoriale e dunque pensare
che il nostro cervello costruisca ogni cosa così come la vediamo è
straordinario!
L'aspetto
però sconvolgente delle esperienze maturate in ambito sensoriale dall'uomo è la
grande diversità di vedute che ogni individuo in fondo possiede, la realtà
esiste indipendentemente da noi ma è indifferenziata, tutte le distinzioni che
siamo in grado di fare a livello descrittivo sono descrizioni che dipendono strettamente
dall'osservatore, dalla sua cultura di riferimento, dalle sue esperienze che
hanno causato il suo mondo, l'esperienza percettiva di ognuno di noi è
l'effetto diretto delle nostre esperienze umane dirette, ontologiche, ed
indirette, antropologiche, nonché delle nostre esperienze personali dirette,
valori credenze e convinzioni personali, ed indirette, culture d'appartenenza.
L'articolarsi
di tutti gli elementi a disposizione del nostro cervello è da vedersi come un
insieme di vettori di forza che muovono in direzioni differenti la nostra
potenzialità percettiva e risolutiva orientandoci a realtà differenti.
Il problema
"esiste o non esiste una realtà?" è mal posto, la realtà attorno a
noi esiste, ciò che però esiste è una realtà indifferenziata, estremamente
difficile da percepire nella sua globalità, noi siamo abituati a vedere un
tutto, l'indifferenziato non appartiene alla nostra esperienza percettiva, per
poterlo esperire dovremmo andare a riprendere la nostra esperienza
pre-culturale, improponibile come esperienza, dunque noi viviamo in un
esperienza percettiva altamente differenziata e quindi frutto di culture e
culture stratificate nei secoli da parte degli uomini, la realtà attorno a noi
è come la nostra conoscenza non possiamo prescindere da ciò che conosciamo nel
vederla/descriverla, la domanda precedente dunque andrebbe posta in questi
termini "esiste o non esiste una realtà indipendente
dall'osservatore?" la risposta ora appare ovvia, non può esistere una
realtà senza implicare il background culturale di riferimento di colui che
osserva.
Senza
entrare più di tanto in merito all'idea del vedere e del guardare ad un
esperienza, io posso guardare tante esperienze ma se non colgo da queste
elementi connotabili di un significato compiuto in realtà io non vedo un bel
niente!
Per vedere
ho dunque bisogno di un oggetto e l'oggetto lo posseggo se ho acquisito
l'esperienza, diretta o indiretta, dell'oggetto stesso, nella mia mente io
posseggo unicamente l'idea dell'oggetto, questa è vincolata e richiamata dal
nome dato all'oggetto, la “sostanzializzazione” o reificazione della
rappresentazione (idea) dell'esperienza; in aggiunta a questa prima
connotazione, l'esperienza acquisita dall'osservatore (soggetto protagonista
dell'osservazione) è un complesso di "vettori" percettivi, una
fusione tra immagine (vista), parola (udito) e cosa (tatto) il tutto in
un'unica esperienza sensoriale; infine, dato il diretto coinvolgimento
dell'osservatore nell'esperienza percettiva, e date le continue esperienze di
apprendimento attraverso l'immedesimazione personale nell'esperienza stessa (il
fare "come se fosse" dell'apprendimento, m'immedesimo, mi metto nei
panni di, faccio finta), sono continue le proiezioni della nostra conoscenza
che vanno a guidare e spesso ad anticipare la nostra esperienza percettiva, ma
le proiezioni della nostra mente si trasformano spesso in identificazioni di
altri nella proiezione dei primi, proiettare ed indentificarci nella nostra
stessa proiezione è quasi immediato per un cervello emulatore di realtà come è
il cervello umano.
Non ci
rimane che riprendere il pensiero di L. Wittgenstein che con lucidità ha
anticipato molto bene le idee oggi dibattute in campo percettivo:
"Si
crede di stare continuamente seguendo la natura, e in realtà non si seguono che
i contorni della forma attraverso cui la guardiamo. Un'immagine ci teneva
prigionieri. E non potevamo venirne fuori, perché giaceva nel nostro linguaggio
e questo sembrava ripetercela inesorabilmente"
|