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La costruzione concettuale del tempo PDF Stampa E-mail

di Ernst Von Glasersfeld

Intervento a Mind e Time , Neuchâtel, 8-10 September 1996 

Prima di Kant si poteva dire che noi fossimo nel tempo; adesso è il tempo che è in noi Schopenauer 1 Dico subito che le tesi sperimentali e piuttosto speculative che presento in questa sede, non intendono rispondere alla domanda di cosa sia il tempo in senso ontologico. Sono invece interessato a come la mente pensante possa arrivare a possedere il concetto del tempo. Tale concetto è stato un problema sin dalla nascita della Filosofia occidentale.

Era implicito nel conflitto insanabile tra la nozione parmenidea di‘ un mondo dell’Essere eterno e immutabile’ e il ‘flusso incessante’ di Eraclito. La storia della scienza moderna, specialmente la biologia e come dimostra in maniera convincente Stephen Gould, rende esplicita la dicotomia espressa dalle metafore contrastanti ‘freccia del Tempo e ciclo del Tempo’, che ha preso a titolo del suo libro. Gould osserva che: "Spesso cerchiamo di costringere il nostro mondo complicato nei confini di ciò che la nostra ragione riesce ad afferrare, attraverso l’abbattimento dell’iperspazio dell’autentica complessità concettuale in una linea singola, per poi etichettare gli estremi della linea con nomi costruiti come poliopposti...."2 Ciò che la ragione umana riesce ad afferrare, lo afferra attraverso la concettualizzazione, mettendo poi in relazione i risultati nel suo pensiero. Perciò voglio cambiare l’affermazione di Gould e dire che è nell’iperspazio dell’esperienza che crolliamo all’interno dei nostri concetti. In questo senso, la conoscenza è sempre la nostra personale costruzione. Jean Piaget ci ha mostrato come sia più fruttuoso domandarci come costruiamo le nozioni e gli schemi concettuali che ci rendono possibile il confronto col mondo esperienziale piuttosto che impegnarci in un dibattito metafisico senza possibili decisioni sulla natura della realtà. Come tutti voi sanno, Piaget ha sviluppato una teoria della cognizione per molti versi compatibile con l’approccio kantiano alla ragione. Ma si è energicamente opposto alla nozione di Kant di uno spazio e di un tempo costruiti a priori . Di conseguenza ha sviluppato un modello che mostra la possibilità di costruire un concetto di tempo che non sia, ne’ innato, ne’ , come dichiarano gli epistemologi evoluzionisti, predicato sull’adattamento ad un universo che presuma di essere temporale in sé stesso. La sezione dedicata al tempo nel lavoro fondamentale di Piaget, La construction du réeel chez l’enfant, termina con due importanti conclusioni : L’enfant devenant capable d’évoquer des souvenirs non liés à la perception directe, parvient par cela même les situer dans un temps qui englobe toute l’histoire de son univers.* E ancora .....la durée propre es située par rapport a celle des choses, ce qui rend possible à la fois l’ordination des moments du temps et leur mesure en relation avec les point de repère extérieurs**3 Con il suo stile inimitabile, Piaget mostra, in questa sezione del libro, come ha sviluppato queste conclusioni attraverso la minuziosa osservazione dei suoi figli Laurent e Jacqueline. Come in tutte le costruzioni di modelli concettuali. Piaget comincia con l’osservare gli organismi pensanti e le loro congetture analizzandone l’esperienza. Ciò è necessariamente speculativo e, nel migliore dei casi, ipotetico. Primo, perchè in ognuno di noi e in tutti noi, la riflessione razionale comincia più tardi della costruzione dei primi schemi basilari che ci rendono in qualche modo capaci di ordinare e sistemare provvisoriamente l’esperienza e l’osservazione. Secondo, perchè quando eventualmente cominciamo a riflettere sulle operazioni concettuali, siamo abituati all’uso del linguaggio e delle sue metafore. Persino gli scienziati più meticolosi non possono essere consapevoli di tutte le implicazioni delle parole che lui o lei utilizzano durante un’analisi . Espressioni comuni come "storia" e "durata", coinvolgono implicitamente la nozione di continuità e perciò tendiamo a pensare al tempo come ad un flusso. E’ un’immagine che accettiamo tacitamente quando sentiamo dire che "il tempo se ne va" o "le temps passe"; un’immagine che persiste senza alcun riguardo al fatto che noi visualizziamo il tempo come un dardo o come un ciclo. Io credo che l’immagine del tempo "che se ne va" sia fuorviante. Ciò che se ne va sono le nostre esperienze Sappiamo che mentre sperimentiamo qualcosa, non ne possiamo sperimentare un altra. Le esperienze, pertanto, sono manifestamente sequenziali. Ma non si muovono come barche galleggianti lungo un fiume. Non c’è alcun movimento del substrato che le trasporta via. Ognuna è sostituita dall’altra, esattamente come quando leggiamo le parole o come voi mi state ascoltando in questo momento. Non ci sono intervalli riempiti dal fluire del tempo. Alcuni elementi sono trattenuti nella memoria, altri no. Se notiamo spazi vuoti andando a ritroso, sappiamo che erano riempiti da altre esperienze o che stavamo dormendo. Un modello concettuale delle operazioni che generano un particolare frammento di conoscenza non deve prendere nessuna immagine come garantita. Lo ripeto, sono focalizzato sul conoscere, non sul concetto metafisico di cosa gli oggetti sono. Dal mio punto di vista, i passaggi di Piaget che ho citato, forniscono un’eccellente descrizione del processo generale, ma non coprono certi dettagli. Questi sono punti che sebbene vengano trattati da Piaget nel contesto della "permanenza dell’oggetto" (1937, p.75), non ho mai trovato spiegati nei suoi scritti: è la costruzione del tipo di continuità che è implicita nei concetti, alla stregua della storia, della durata e del flusso. Tutti gli autori che ho letto sono d’accordo che la relazione di continuità è la componente cruciale del concetto di tempo. Anch’essa va analizzata in termini di esperienza sensomotoria, le operazioni mentali rappresentate con tale materiale e le riflessioni astratte da tali operazioni. Il modello che sto proponendo utilizza elementi che, sebbene non siano quelli effettivamente usati da Piaget, possono essere considerati compatibili con essi. Le mie analisi concettuali sono costruite sul presupposto che, dato che l’esperienza è inerentemente sequenziale, i concetti astratti cominciano con una riflessione sulle sequenze costituite dai momenti dell’attenzione. L’idea di caratterizzare gli eventi attraverso sequenze di combinazioni statiche, come nei fotogrammi di un film, fu formulata da Silvio Ceccato al Centro di Cibernetica di Milano negli anni 50, quando lavoravamo su un progetto che rendesse il significato dei verbi accessibile ad un computer4 . Solo recentemente ho scoperto che Henry Bergson, mezzo secolo prima, aveva già scritto: "Il meccanismo della nostra conoscenza ordinaria è di tipo cinematografico"5 . Più tardi, tuttavia, disse che ciò era "un’abitudine a pensare e a percepire ciò che andava rotto"6 . Per spiegare la nozione di durata spostava l’esempio sul tono. Sebbene i suoni delle note siano separati, diceva, la continuità (e, per implicazione, la durata) si mostra perchè ciascuno di essi è modificato dal precedente.7 In un tono, dunque, c’è una connessione costruita con l’aiuto della successiva interazione e modificazione dei suoni. Ma questa è un’attrazione empirica della ricorsività delle singole note e funziona alla stessa maniera degli anelli in una catena. La chiamerei connessione sensomotoria, perchè non concede continuità ad altre note o ad altri elementi. Essa lega, cambia e crea una successione. Piaget descrive tutto ciò in un contesto di esperimenti con oggetti in movimento (Piaget 1969, p.67)8 . Sebbene questo fornisca materiale per un concetto del tempo, di per sè non coinvolge tale concetto Quello che sto inseguendo è, penso, vicino a quello che il matematico William Rowan Hamilton ha chiamato "tempo puro" descrivendolo come: ..... distinto da una parte dall’attuale Outward Chronology (o raccolta di eventi di eventi registrati, segni fenomenologici e misure) e dall’altra dalla Dynamical Science (o ragionamento e risultati della nozione causa-effetto) (Hamilton Mathematical Papers, 3.7) La metafora del fotogramma in cinematografia aiuta a illuminare una relazione che resta implicita nei modelli di cambiamento, come nei toni musicali. In una successione di fotogrammi separati, le connessioni tra due o più fotogrammi non sono fornite. Possono essere suggerite dalla qualità dei loro contenuti e ciò fa crescere l’astrazione empirica. Ma una tale astrazione lega esclusivamente una successione specifica di forogrammi statici, così come i suoni singoli che formano un tono. I fotogrammi sono statici e solo una mente attiva può fornire un concetto relazionale che vada oltre la semplice successione. Un ulteriore atto di riflessione è necessario per separare il modello di concatenazione dallo specifico materiale, così che esso possa divenire disponibile come concetto generale di quantità e durata. Infatti Piaget accenna alla necessità di un tale atto di astrazione riflessiva in un passaggio in cui spiega come un oggetto, alla fine, acquisisca la sua "permanenza" En effet, par le fait même qu’il entre dans le système des représentations et des relations abstraites ou indirectes, l’objet acquiert, pour la conscience du sujet, un nouveau et ultime degré de liberté: il es conçu comme demeurant identique à lui même quels que soient ses déplacements invisibles ou la complexité des écrans qui les masquent.*** (1937,p.75) E’ l’abilità di ripresentare a se stessi l’oggetto quando, in realtà, non è disponibile nel campo percettivo, che porta alla concezione di identità mantenuta. Piaget fornisce un importante suggerimento quando colloca l’origine di questa abilità nell’esperienza che il bambino fa di un oggetto in movimento temporaneamente nascosto da uno schermo. In una tale situazione il bambino segue visivamente le tracce dell’oggetto, continua il movimento dell’inseguire con gli occhi quando l’oggetto scompare dietro un ostacolo visivo, e lo raccoglie nuovamente quando riappare. Tutto ciò è stato dimostrato sperimentalmente e dimostra che la connessione con l’oggetto, prima e dopo la scomparsa, è fornita dal continuo movimento che il bambino conduce con i suoi occhi. Ma questa è ancora una continuità sensomotoria. Non è diversa dalla continuità di un tono, dove le note che lo precedono, , sono legate alle successive perché continuano a vibrare.


 
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