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di Heinz Von Foerster
Bateson: comprendere la comprensione
Innanzitutto vorrei esprimervi una doppia gratitudine. In primo luogo per
l'onore di essere qui con voi: mi rendo conto che siete voi a dovervi sforzare
di vedere Gregory Bateson attraverso i miei occhi, e questo mi sembra molto
bello da parte vostra.
E in secondo luogo per la gioia di aver avuto
l'opportunità di ripercorrere molte delle idee di Bateson, delle sue brillanti
formulazioni, dei suoi lavori, della sua prosa straordinariamente efficace.
Pare a me che il suo lavoro sia incentrato essenzialmente su un punto
fondamentale, il farsi comprendere. Gregory voleva comprendere la comprensione.
Si tratta degli affascinanti concetti di 'secondo ordine' che ritroviamo più
volte nei suoi scritti, ad esempio nell'idea di apprendere ad apprendere e in
molte altre nozioni a cui farò riferimento più avanti. Quel che trovo
particolarmente interessante è che rispetto al suo tremendo sforzo per farsi
comprendere egli avvertisse una sensazione di fallimento. Ma vorrei anche far
notare una cosa: questa sensazione lo stimola va ad andare avanti. Insomma,
egli credeva di aver fallito, mentre io non lo penso affatto. Io penso, al
contrario, che 'ce l'abbia fatta'. Per spiegar mi, vorrei proporvi un brano in
cui egli racconta di uno studente che dopo la lezione si rivolse a lui per
cercare di capire di cosa stava parlando. L'epi sodio è riportato nella
prefazione di Verso un'ecologia della mente: “Alla fine della lezione, uno
degli ospiti venne da me, si voltò indietro per sincerarsi che tutti gli altri
se ne stessero andando, e poi disse esitante: 'Vorrei fare una domanda'. 'Si?'.
'Beh... lei vuole proprio che noi impariamo quel lo che ci sta raccontando?'.
Ebbi un attimo di esitazione, ma egli si riprese subito: "Oppure tutto
questo è una specie di esempio, un'illustrazione di qualcos'altro?".
"Certo proprio così!"“. Lo studente se ne va, e Gregory chiede a se
stesso: “Ma un esempio di che cosa?”. Dopo, quasi ogni anno, ci furono
lamentele che di solito mi giungevano sotto forma di pettegolezzo: si sosteneva
che 'Bateson sa qualcosa che non ci dice', oppure 'sotto quello che Bateson
dice c'è qualcosa, ma lui non dice mai di che si tratti'. Evidentemente non
stavo dando una risposta alla domanda: 'Un esempio di che cosa?'“. Se
continuate a leggere questo brano, potrete vedere come egli cerchi
disperatamente di fare qualcosa in proposito. E io penso che questo sia
precisamente il modo ideale di trasmettere qualcosa di nostro, lasciando che
queste idee si generino tra gli studenti. Anche a me è avvenuto di domandarmi
cosa stesse succedendo, quali fossero le difficoltà di comprensione, ecc.,
quando ho avuto il piacere di essere inviato insieme a Gregory ad un convegno.
Gregory era il primo re latore della giornata, mentre il mio intervento era
previsto per il giorno successivo. Gregory, in modo brillante, chiaro ed
efficace, presentò la sua relazione e io ne rimasi affascinato. Durante il suo
intervento la gente notava che io sorridevo, annuivo e ridevo al momento
giusto, così alla fine mi chiesero “Ma lei ha capito quel che stava dicendo?”
“Certo, era molto chiaro”. “Chiaro quello?” “Naturalmente!” E cosl via... E
allora pensai: 'Cosa succede?... Aha!, sì, penso di aver capito!' Quindi
sviluppai una teoria che presentai il giorno successivo a quel gruppo. Gregory
era seduto in prima fila, e mi piaceva mettere alla prova con lui presente la
mia storia su di lui. Dissi: “Signore e signori, ci sono state delle
difficoltà, ieri, a capire ciò di cui Gregory Bateson stava parlando, è perché
quel che diceva era molto trasparente, e ciò che è trasparente... non può
essere visto. Così io cercherò di rendere il suo discorso un po' più opaco, in
modo che possiate finalmente vedere ciò di cui stava parlando...”. Mi domandavo
come avrebbe reagito Gregory a questo intervento e lo osservavo con la coda
dell'occhio: stava ridacchiando e sbuffando (era il suo modo di ridere), e
pensai quindi che quella era la strategia corretta. Poiché ritengo che quella
strategia fu efficace vorrei impiegarla anche oggi con voi, tentando di rendere
più opache alcune delle nozioni di Bateson. Vorrei affrontare due nozioni
fondamentali che credo siano presenti, spesso non esplicitamente, in molte
delle sue conversazioni, dei suoi dialoghi e dei suoi scritti. La prima di
queste è 'vedere', e intendo 'vedere' nello spirito di William Blake, quando
sosteneva di non vedere con gli occhi ma attraverso gli occhi: ciò significa
che vedere deve essere inteso nel senso di ottenere un insight, di giungere
alla comprensione di qualcosa, ricorrendo a tutto ciò di cui si dispone a
livello di spiegazioni, metafore, parabole, ecc. L'altra nozione è quella di
'etica', intesa nello spirito di Wittgenstein, quando diceva: “E chiaro che l'etica
non si può esprimere in parole” (che in tedesco suonerebbe: “Es ist klar das
Ethik sich nicht aussprechen laesst”). Leggendo Bateson si nota una sua
costante attenzione a che l'effetto di parole come, ad esempio, significato,
fine, controllo, informazione, ecc., in qualche modo non si rivolti contro di
esse.
Non vedere di non vedere
C'è naturalmente una connessione tra queste due nozioni, il vedere e l'etica.
Questa connessione mi ha ispirato il titolo di oggi, che è Sul vede re: il
problema del doppio cieco (On seeing: the problem of the double blind). Direte
“Ma cosa significa? Certamente voleva dire, con Gregory Bateson, 'doppio
vincolo' (double blind), ci deve essere un errore”. Naturalmente sono la stessa
cosa, non importa che ci sia o meno la elle. Vorrei tuttavia spiegare il motivo
della scelta di questo titolo e lo farò mediante un esperimento. Guardate la
figura con una stella e un cerchietto nero. (* )
Bene, prendete il foglio con la mano destra. Chiudete l'occhio sinistro, con la
mano sinistra se è necessario. Tenete il foglio di fronte a voi, fissate la
stella e spostate il foglio lentamente avanti e indietro lungo la linea della
visione. Improvvisamente noterete che in una certa posizione, più o meno a una
ventina di centimetri dall'occhio, il cerchietto nero sparisce dalla visuale.
Questo fenomeno si chiama punto cieco (blind spot). Ora vi darò una spiegazione
fisiologica del perché questo succede. Vi darò questa spiegazione invitandovi a
prestare attenzione a due cose: la prima, ovviamente, è la spiegazione stessa,
l'altra è l'effetto che essa produce su di voi mentre l'ascoltate. Dovete
dunque fare due cose, ascoltare me e osservare voi stessi mentre ascoltate. La
spiegazione si trova nella struttura stessa dell'occhio, dove si può vedere che
nella sezione trasversale dell'occhio, la stella e il cerchietto, sono
proiettate, attraverso una lente, sulla retina dell'occhio. Guardando un po'
più attentamente si può vedere che la stella è proiettata sulla fovea, che è
quella par te dell'occhio dove si ha la maggiore acuità visiva, poiché qui i
coni e i bastoncelli hanno un'altissima densità. Ma in certe condizioni il
cerchietto nero è proiettato su una zona della retina dove il nervo ottico esce
dall'occhio, e in quella zona non ci sono coni o bastoncelli, non ci sono
recettori ottici, e perciò, naturalmente, se qualcosa è proiettato su quel
punto cieco non può essere visto. E chiaro? Sfortunatamente, è molto chiaro!
Possiamo perciò tornare alle nostre consuete occupazioni, dimenticare tutto quanto
e sentirci lo stesso molto tranquilli. Tutto il fascino del punto cieco
scompare, diventando una faccenda molto naturale. Ora, che cosa sta producendo
questa spiegazione? Almeno due cose: non solo attraverso di essa questo
affascinante fenomeno viene spazzato sotto il tappeto, c'è un altro effetto che
vi rende ciechi ad un'altra osservazione. E tale osservazione è la seguente: se
vi guardate attorno in quest'aula, in tutte le direzioni, con un occhio, con
due, prima col destro, poi col sinistro, vedete un interrotto, continuo, campo
visivo. Non ci sono interruzioni. Non vedete macchie cieche scorrazzare per il
vostro campo visivo poiché, se così fosse, andreste dal vostro medico o
dall'oftalmologo. Non ci sono buchi nel vostro campo visivo, cioè non siete consapevoli
di essere parzialmente ciechi. Che significa: voi non vedete che non vedete.
Questa è una disfunzione di secondo ordine. Come vedete, questa spiegazione
porta la disfunzione di secondo ordine nel dominio cognitivo. Del resto, non
siamo cognitivamente ciechi rispetto alla capacità di vedere le nozioni
cognitive di altri. Penso che voi tutti abbiate sperimentato ciò, per esempio
durante discussioni di politica con gli amici, quando pensate: 'Questo
poveretto non si rende nemmeno conto di non vederla giusta...'. Questa, del non
vedere di non vedere, è una delle disfunzioni di secondo ordine fondamentali su
cui vorrei indirizzare il discorso, e rappresenta il nocciolo di quello che
intendo quando mi riferisco alla figura del doppio cieco. A questo proposito,
devo portare la vostra attenzione sul fatto che la logica della percezione è
molto diversa dalla logica ortodossa. Nella logica ortodossa una doppia
negazione produce un'affermazione (se si mettono due negazioni in una
proposizione questa diventa affermativa), ma naturalmente se si manifesta
un'incapacità percettiva come la cecità della cecità non si ottiene la vista.
In questo senso la doppia negazione non produce nella logica percettiva quello
che produce nella logica ortodossa. Si tratta di una circostanza molto
affascinante che è stata ripresa da molti logici interessati ai concetti di
secondo ordine. Questo campo della logica riguarda quelle nozioni che possono
essere applicate a se stesse. Non tutte le nozioni possono essere applicate a
se stesse, ma alcune sì, e queste producono una profondità semantica totalmente
diversa. Posso farvi degli esempi che ricorrono spesso: mettiamo che stiate
cercando di elaborare una teoria del cervello: come funziona, come si comporta,
ecc. Poi un giorno arriva un tizio che vi domanda: “Come state elaborando la
vostra teoria del cervello, state usando... il vostro cervello?”. “Naturalmente
uso il mio cervello”. “Dunque la vostra teoria rende conto solo del vostro
cervello o anche del mio?”. “Ehm... ehm...”. Quel che voglio dire è che una
teoria deve rendere conto di se stessa. Così, se una teoria del cervello viene
scritta, per potersi considerate completa deve rendere conto del suo proprio
essere scritta. Questi sono i problemi che sorgono con nozioni che devono essere
applicate ricorsivamente a se stesse. In questi problemi si incontrano notevoli
difficoltà logiche, di cui più avanti darò alcuni esempi. Le difficoltà ad
afferrare questo tipo di nozioni vengono ben evidenziate in molti dei lavori di
Bateson. A mio parere due sono le questioni essenziali da approfondire per
comprendere queste difficoltà. La prima ha a che fare con il linguaggio che
usiamo, mentre la seconda è relativa alla nozione, ereditata da Platone, di che
cosa sia la realtà.
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