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di Marco Chisotti
Tra percezione ed illusione: “ovvero l’arte di raccontarci le storie”
"Tutto ciò che è detto è detto da un osservatore ad un altro osservatore
che può essere l'osservatore stesso" H. Maturana e Francisco Varela
La nostra individualità non si basa sul puro e semplice accumulo di esperienze,
ma anche e soprattutto sul modo in cui queste vengono collegate tra loro: l'io
è più il prodotto della storia che ci raccontiamo, attraverso cui attribuiamo
significati e manteniamo una coerenza col succedersi dei fatti della nostra
vita, alla messa in atto dei comportamenti, a desideri, decisioni, che ci
rendono quotidianamente il senso di noi stessi, la consapevolezza del nostro
vivere, del cambiare pur rimanendo noi stessi.
L’identità
ci appartiene e noi apparteniamo ad essa, la difficotà al cambiamento, di
qualunque tipo e natura è dato da questo livello di implicazione, noi ci
muoviamo nell’ambiente attraverso le relazioni partendo dalla nostra prima
relazione significativa, la nostra “narrazione”, la storia ci racconta e lo fa
attraverso l’identità stessa, noi desideriamo, cerchiamo, necessitiamo le
relazioni che mantengono la nostra stessa identità, la difficoltà è uscire da
questo dominio di riferimento pur mantenedo un dominio esistenzialmente
significativo, coerente e di cui abbiamo consapevolezza, la complessità del
mantenerci in questo stato di coscienza portando con noi la “logica” necessaria
al nostro esistere determina la complessità con cui siamo fatti.
Ecco il motivo per cui non possiamo operare nella semplicità di una logica
lineare, ma viviamo mantenendoci in un universo emotivo di coinvolgimento
complessivo, noi siamo il prodotto, relazione di parti, della complessità
operativa a cui apparteniamo, ogni parte di noi vive della relazione che
mantiene con le altre parti, non ci manifestiamo come oggetti separati, bensì
come relazioni, la nostra vita coincide con le nostre relazioni, le nostre
esperienze manifestano un mondo di relazioni significative tra le infinite
possibili a cui potremmo far riferimento.
Il filosofo Daniel Dennett ha usato una bella analogia, secondo la quale il
cervello «tesserebbe» storie sulla nostra identità come il ragno tesse la sua
tela senza essere cosciente di farlo o senza farlo deliberatamente: l'io e la
coscienza che ne abbiamo non sono la causa, ma il prodotto delle storie
elaborate dalla nostra mente, le nostre esperienze mentali, qualunque esse
siano o possano essere, determinano il mondo così come lo esperiamo rimanendone
profondamente influenzate. Questo punto di vista appare complesso, ma ognuno di
noi, nel sogno, anche durante lo stato di veglia, è preda di storie elaborate
dal cervello al di fuori della nostra coscienza, storie che possono essere
popolate dagli stessi personaggi ma riguardare trame ed esiti infiniti, storie
che lasciano una traccia nella nostra psiche. Le storie di ogni singolo
individuo, non sono poi tanto diverse dalle storie «mitiche», anche in culture
differenti si raccontano storie e miti che danno un senso alla nostra vita:
storie di dei, di incesti e parricidi, di amori, di vita e di morte.
Senza quest'attività fantastico onirica, di fabbricazione dei miti, non
esistono culture che si caratterizzino con una propria identità collettiva,
come non esistono individui dotati di un sé individuale, di una coscienza della
propria esistenza senza che questi posseggano una loro modalità descrittiva,
una loro narrazione.
Mano a mano che gli anni passano, le storie che ci raccontiamo attecchiscono al
muro della vita come un edera, posseggono una loro logica interna, sono “memi”
che ci trascinano nel loro significato, ci impongono la loro coerenza
restituendoci la consapevolezza del nostro esistere, lasciandoci con ua logica
che accetta di farsi plasmare dalle emozioni e dalla nostra creatività.
Secondo Maturana e Verden-Zöller (H. Maturana e G. Verden-Zöller 1993)
l'esistenza umana ha luogo nello spazio relazionale del "conversare".
Questo significa che, anche se da una prospettiva biologica noi siamo Homo
Sapiens Sapiens, il nostro modo di vivere, cioè la nostra condizione umana - si
forma nella nostra trama di relazioni con gli altri e col mondo che costruiamo
nella nostra vita quotidiana attraverso il "conversare". Maturana
sostiene che una cultura è una rete chiusa di "conversazioni" e che
un cambiamento culturale ha luogo in una comunità umana quando la rete di
"conversazioni" che la definisce come tale cambia. Una cultura come
una rete di "conversazioni" (coordinazioni di
"linguaggiare" ed "emozionare") è conservata quando i
membri della cultura diventano membri di quella e la realizzano nel viverla.
Come tale, l'identità dei membri di una cultura emerge continuamente di nuovo
allorché vivono la cultura che integrano. Tale identità può cambiare se le
persone modificano la rete di "conversazioni" alle quali partecipano.
La loro identità (emozionale e comportamentale) non preesiste come
caratteristica della cultura, ma emerge momento dopo momento allorché loro
stessi generano con il proprio comportamento quella cultura a cui appartengono.
Le storie che ci raccontiamo, che tessiamo come ragnatele della nostra stessa
vita, cioè le memorie autobiografiche, possono avere valenze diverse,
denunciare diversi punti di vista da parte del nostro stesso io, possono essere
«scomposte» in due storie differenti, come esterna o interna a noi. Pensate,
per esempio, alla ultima volta in cui vi siete innamorati di qualcuno, cosa vi
state raccontando? Probabilmente ricorderete l'atmosfera, gli scenari che si
sono creati, una discussione piacevole, una frase detta, sensazioni provate da
voi in prima persona. Immaginate ora che qualcuno vi chieda di descrivere la
stessa situazione da un punto di vista esterno: probabilmente comincerete a
tracciare mappe temporali e logiche consequenziali, a identificarvi, a rivedere
il tutto dal vostro punto di vista attuale.
Il ricordo, anche se riguarda un episodio autobiografico, ha connotazioni
diverse nel caso in cui contempli un punto di vista distaccato, da spettatore.
Numerosi studi indicano che entrambi, il ricordo dall'interno e quello
dall'esterno, sono soggetti a variare nel tempo, implicano aggiunte oppure
omissioni, rimaneggiamenti, sino a giungere a una vera e propria
ristrutturazione del ricordo stesso, tanto più se un episodio della vostra vita
viene spesso rivisitato.
Se cambiamo ordine mentale, se cambiamo dei presupposti ci racconteremo
un'altra storia ancora... Esistono storie necessarie, vere o false che siano,
esistono storie che raccontate agli altri su voi stessi danno un'immagine
ideale di voi sono storie di fantasia, ma sono un pezzo di noi che ci sprona a
mantenerci all’altezza dei nostri sogni, questo alimenta la forza con la quale
portiamo avanti le nostre esperienze.
Secondo Maturana, ciò che è implicato quando parliamo di emozioni sono le
dinamiche corporee che specificano il dominio delle azioni nelle quali l'
organismo si muove. Per Maturana l'emozione definisce l'azione. E' l'emozione
che specifica quando un dato gesto è una aggressione o una carezza. Secondo
Maturana noi siamo sempre in una dinamica emozionale, in un flusso da un
dominio di azioni all'altro all'interno della storia di interazioni ricorrenti
nella quale viviamo. Di più, Maturana sostiene che noi impariamo il nostro
"emozionare" nel vivere con gli altri fin dall'utero (Maturana and Verden-Zöller,
1993).
Nell'opinione di Maturana, quando "linguaggiamo", il nostro
"linguaggiare" ed "emozionare" sono interlacciati, di tal
maniera che il nostro fluire emozionale è condizionato dal nostro
"linguaggiare" così come il nostro "linguaggiare" è
condizionato dal nostro fluire emozionale. Le nostre emozioni, così come quelle
degli altri, si modificano in virtù delle nostre parole, e le nostre parole si
modificano come risultato del cambiamento nelle nostre emozioni. Nella nostra
opinione, questo è ciò che accade tra lo psicoterapeuta e il paziente, allorchè
l'emozionare e le parole di entrambi, paziente e psicoterapeuta, cambiano come
risultato della propria interazione. Secondo Maturana, c'è una interrelazione
integrale tra l' emozionare e il "linguaggiare" sin dalla
fanciullezza, di modo che ciò che è conosciuto come fenomeno cognitivo è, dal
proprio inizio, una unità tra l' emozionare e l'intelligere nel fenomeno della
conoscenza.
La nostra mente è come un tunnel dal quale non possiamo sottrarci, non possiamo
prescindere da come siamo fatti, ecco l’impellenza che Humberto Maturana ci
manifesta nel concetto di organismo autopoietico, detto diversamente, individuo
auto riferito, riferito dalla sua organizzazione interna.
Un tipo comune di tunnel della mente è legato al fatto che siamo più sensibili
ai termini in cui ci viene presentato un problema che alla sua logica interna:
cadiamo così con notevole facilità nel cosiddetto «framing», cioè in tranelli
logici. Molti di noi, ad esempio, possono restare più favorevolmente colpiti
dal chirurgo che dice «la sua è una malattia grave, ma esiste un nuovo tipo di
intervento chirurgico che in un terzo dei casi salva la vita», piuttosto che
dal chirurgo che dice «la sua è una malattia grave, in due terzi dei casi gli
interventi falliscono». In realtà non esiste nessuna differenza tra i vantaggi
dei due interventi, entrambi hanno una probabilità di successo in un terzo dei
casi, eppure se siamo emotivamente coinvolti ci facciamo suggestionare, almeno
in una prima reazione, dal framing positivo del primo chirurgo.
Numerosi esempi di framing relativi alla «irrazionalità» delle scelte sono
stati messi in luce da Amos Tversky e Daniel Kalmernan: uno di essi è noto come
«il problema dell'asiatica» (da una grave epidemia influenzale degli anni
Sessanta): «Immaginate che il sistema sanitario si prepari ad affrontare
un'epidemia di influenza asiatica che farà 600 vittime e che siano possibili
due scelte diverse, due programmi di intervento entrambi rigorosamente valutati:
1. Con il programma A si salveranno 200 persone.
2. Con il
programma B esiste 1/3 di probabilità di salvare 600 persone e 2/3 che nessuno
si salvL
Sottoposto
a questa scelta, il 72 % degli intervistati preferisce quella che dà maggiori
sicurezze, cioè il programma A.
Se però si cambia il framing delle domande, le risposte variano notevolmente
rispetto al primo caso, anche se il problema è lo stesso. In questo caso, però,
le domande sono queste:
1. Con il programma C moriranno 400 persone.
2. Con il
programma D esiste 1/3 di probabilità che nessuno muoia e 2/3 di probabilità
che muoiano 600 persone.
Anche se i
termini del problema nelle opzioni C e D sono numericamente equivalenti a
quanto avviene in A e B, il 78% delle persone è ora favorevole al rischio e
preferisce la scelta «azzardata» D alla certezza della morte di 400 persone
dell'opzione C. La nostra mente viene quindi sviata dal modo in cui ci
rappresentiamo ‑ o ci viene rappresentata ‑ la realtà, il che indica che quando
ci troviamo in presenza di situazioni caratterizzate da una certa complessità
conviene riflettere...
Questo breve esempio ci puo’ far riflettere sulla delicatezza strutturale del
nostro operare cognitivo, illusione e percezione sono sempre presenti e molto
spesso risultano indissociabili tra loro.
Un altro contributo fondamentale dell'esperienza di Maturana alla comprensione
dell'esistenza umana è che l'esperienza umana (un'opera di autodistinzione) è
una condizione primaria per spiegare la cognizione come fenomeno biologico. Ciò
significa che noi spieghiamo le nostre esperienze con le nostre esperienze. A
questo livello di esperienza non è possibile distinguere tra illusione e
percezione. In virtù del fatto che è solamente attraverso il linguaggio che gli
esseri umani possano esplicare le proprie esperienze e assimilarle nella
propria prassi del vivere, comprendere è vedere una esperienza in un contesto
più grande di esperienze nel dominio delle "conversazioni". Tutto il
riordinamento razionale cognitivo che possiamo elaborare è basato sopra tacite
premesse fornite dalle esperienze immediate ed emerse poi nel
"linguaggiare" e nell'"emozionare".
Secondo le parole di Maturana: "Tutto il sistema razionale è fondato su
premesse fondamentali accettate a priori attraverso le preferenze (emozioni) di
ciascuno, ed è per questo che non è possibile convincere a nessuno con un
argomento logico se non c'è una accettazione comune a priori di queste premesse
basiche" (H. Maturana, 1988, p. 17).
Dalla prospettiva della psicoterapia, questa affermazione invalida la
prospettiva razionalista che sostiene come sia possibile modificare le emozioni
dei pazienti attraverso la pratica della logica umana (Ellis, 1985; Beck,
1976). Un tal cambiamento è possibile solo se il paziente modifica le proprie premesse
accettate emozionalmente attraverso l' "emozionare" implicito nelle
interazioni con lo psicoterapeuta durante la conversazione logica e razionale,
o meglio che mai attraverso lo strumento che più di tutti linguaggia ed
emoziona muovendoci in un mondo di creatività e sogno, leggeri come una foglia
che sembra non posarsi mai mossa com’è dalla forza della nostra mente.
La realtà è
consenso: con l'ipnosi oltre la cortina dell'ovvio
Pur trovando ancora molte convinzioni radicate sull'idea di una realtà
oggettiva, che esiste indipendentemente dall'osservatore per rendere chiaro il
concetto, la realtà sta perdendo le sue connotazioni di "pensiero
forte" per vestirsi dell'idea di "pensiero debole", dove per
debole non intendiamo un idea fragile di realtà, bensì consideriamo l'idea di
una realtà costituita da principi aggregativi e partecipativi, piuttosto che
uno scontato monolita oggettivo.
Realtà = comunità più direttamente comunità come comune unità su principi,
(regole), percettivi e descrittivi, ecco il senso della complessità e della
ricchezza collaborativa al senso stesso della realtà, non è possibile
prescindere dal senso condiviso, dalla vita comunitaria per avere, possedere e
dunque contenere in se stessi l'idea di realtà, un oggetto quasi inafferrabile
dal momento che dipende dalle infinite descrizioni a cui è sottoposto
quotidianamente.
Un universo è reso possibile solo nel momento che se ne coglie il pluriverso ad
esso intrinsecamente collegato, la nostra percezione multiforme della realtà è
conseguenza della nostra capacità compositiva di ciò che raccogliamo delle
nostre esperienze sensoriali, ogni organo sensoriale accompagna, precede,
coincide con ciò che c'è stato descritto attorno a noi, un continuo lavoro
interpretativo affinato dalla personale cultura di riferimento, costruisce
dentro e fuori di noi quelle idee che descrivono, confermando, ciò che ci
circonda, lo stupore accorda le nostre esperienze passate al nuovo e ci
avvicina a qualcosa che, almeno inizialmente, sa più di magico che di reale,
poi, poco alla volta, fatti i primi passi ecco giungere un forte coinvolgimento
aggregativo verso un senso condiviso ed accettato per la maggioranza che
diviene un punto fermo sul quale stabilire nuovi punti di intesa, negoziando,
patteggiando, modificando e modificandosi alla presenza delle percezioni
esterne alla nostra.
Le esperienze dell'ipnosi, la costruzione di uno stato mentale, centrano molto
bene il concetto di aggregazione, attorno ad una monoidea, da parte di un
singolo o di un gruppo, le idee si strutturano in itinere, non rimangono come
nascono, si compongono, si aggregano, trovano la loro forza nell'aggregazione,
più descrizioni concorrono alla realizzazione di una singola monoidea, le
continue oscillazioni descrittive variano da soggetto a soggetto, variando a
loro voltai soggetti produttori stessi, in un continuo rimaneggiamento tra
possibile e plausibile, alla fine divengono credenze, convinzioni radicate che
un soggetto "portatore sano" veicola, anche per lunghi periodi, tra
altri soggetti.
La realtà si compone più di elementi di fascinazione che di oggettività,
essendo l'oggettività stessa frutto di accordi di comunità, quando si parla di
oggettività scientifica ci si riferisce ad accordi presi dalla cosiddetta
"comunità scientifica", la fascinazione, il rimanere affascinati da
un idea, o da un complesso di idee, è di tutte le persone, scienziati e non,
semplicemente se si rimane affascinati da proprie monoidee, senza portarle a
conoscenza degli altri, non si coinvolge la pubblica opinione, dunque non si
crea consenso, la conseguenza è che qualcosa non esiste.
L'esistenza o meno di qualcosa dipende dall'"emergenza descrittiva",
(emergere come far venire a galla), quella capacità linguistica che conoscono
molto bene e che in termini giornalistici passa sotto il concetto di fatto.
Un fatto, nella cronaca giornalistica passa per essere l'elemento da
descrivere, la prima regola aurea del buon giornalista è considerare la realtà
come qualcosa da descrivere pari pari a come è, un fatto per il giornalismo è
come è, oggettivo e dunque unanimamente descrivibile.
La visione costruttivista mette in guardia dalle "facilità
descrittive" cui solitamente siamo abituati, un fatto è come lo dici, come
lo descrivi e lo accompagni nella descrizione stessa, dipende da molti fattori
che non possono che risultare soggettivi, anche quando la mole di elementi
descritti, come nel caso di descrizioni visive, uso di vari strumenti di
memorizzazione di immagini, è molto ampia.
Ogni esperienza va accuratamente riportata a colui che la percepisce, sono li
che si presentano gli elementi di realtà, la realtà è presente
nell'osservatore, non nell'elemento osservato, questa è la grande rivoluzione a
cui assistiamo nel momento che l'accordo che si raggiunge nello studio dei
processi mentali, da parte della comunità scientifica, prendono forma.
E' indubbio che ci troviamo nel mezzo di un grande rimestamento delle opinioni
condivise e diffuse, da un lato forme arcaiche di oggettività e dall'altra
novità impellenti e continue di senso e consenso spinte da matrici
magico-religiose; in altre parole si assiste ad esagerazioni da un lato e
dall'altro, non si crede più a niente o si crede a tutto, indistintamente,
manca la filosofia dell'accordo, la realtà del consenso condiviso, la realtà è
frutto di un continuo opinionare, ha gioco sugli altri chi ha modo di spendere
la propria opinione tra un maggior numero di persone, diventando referente
sempre più indiscusso dell'idea stessa.
Ecco nascere le aziende del consenso, le aziende informative che, trovato un
veicolo efficace per passare idee, divengono fabbriche di consenso collettivo,
i nuovi maitre di pensiero sono gli opinionisti che, nel momento che dichiarano
di esprimere una loro opinione, ti inanellano un insieme di "verità"
inequivocabili, indimostrabili, inutili, ma altrettanto forti del senso
aggregativo e conciliante con cui vengono diffuse, in ipnosi si dice: "mi
fido e mi affido".
Si parte con il fidarsi di chi ci dimostra, convincendoci, attraverso regole
condivise e sedimentate come quelle scientifiche, della verità di un pensiero,
un dominio, insieme di idee, poi ci si lascia persuadere che ci sia anche
altro, il passo a rimanere piacevolmente suggestionati da ciò che viene
presentato, e dunque accettare in modo acritico il pensiero stesso, è un breve
passo.
Le tecniche dell'ipnosi mettono in luce tutti i meccanismi attraverso i quali
noi costruiamo la realtà, sappiamo che non facciamo piacere a tutti svelando i
"trucchi" del grande spettacolo della realtà condivisa, come di tutte
le micro realtà di nicchia, credo, fedi, suggestioni collettive, gli spettacoli
si desidera viverli nella suggestione, "innamorati" dell'idea
presentata, se si scopre il trucco non ci diverte più, ma l'ipnosi non è nata
per divertire, l'ipnosi ci permette di andare oltre all'apparenza cercandoci
oltre alla coltre della percezione condivisa, oltre all'idea stessa di realtà.
Sul dominio
dello spirito e dell'anima per un mondo magico
Significato ed etimologia della parola spirito e dell'anima: principio
immateriale e immortale, contrapposto al corpo e alla materia, che anima la
vita intellettiva e psicologica a livello individuale e anche, secondo alcune
filosofie, universale, attività dello spirito guardare ai valori, ai beni dello
spirito in molte religioni, l'anima individuale della persona (o di tutti gli
esseri viventi); nella mitologia e nell'animismo, presenza spirituale che
anima, in modo benigno o maligno, realtà naturali.
Così s'intrecciano i significati di anima e spirito, e ancora s'incontrano sul
terreno della magia, vi è una credenza spontanea a pensare che l'universo
emetta dei segni, che ci siano dei disegni, che tali dei segni abbaino un senso
compiuto, che tutto ciò che viene dall'universo sia segno, mentre è l'attività cerebrale
a trarre i segni dagli eventi e dai fenomeni, siamo figli di un dio minore, il
caso, ma non possiamo, ne vogliamo ammetterlo.
La Retro -
Mente è un nodo gordiano, un nodo indissolvibile, cerebro-spirituale in cui due
pensieri non sono ancora separati tra loro, così non sono dissociati
l'oggettivo ed il soggettivo, segni simboli e cose, la rappresentazione si
confonde con la cosa, la mappa non è il territorio ma viene piacevolmente
confusa, così si proietta e ci si identifica al contempo nella cosa proiettata.
La forte credenza che tutto sia un segno porta ad allontanare il non
significato, o la non interpretazione, (ad esempio l'interpretazione personale
del simbolo), in tal modo l'idea di caso o quella di evento privo di senso sono
state solo tardivamente ammesse nel pensiero dell'uomo e sempre con grandi
difficoltà, anzi proprio il carattere fuorviante e sorprendente degli eventi
inattesi, normalmente inspiegabili conferisce a tali eventi l'iper significato,
quel senso di messaggio, avvertimento, testimonianza che si tende a dare a
spiriti e Dei come entità esterne ai disegni umani compiuti ed alle umane
sofferenze.
Il pensiero mitologico, o la
Retro - Mente, i processi mentali della mitologia dimorano
nell'attitudine della mente a "far finta", il pensiero del "come
se fosse"
Alla realtà si sostituisce la realtà, e non è un gioco di parole ma il senso
stretto dell'impegno partecipativo e del bisogno di mantenere uno status quo
che ci mantiene, dipendenza come appartenenza, non un principio che disgiunge,
che scinde, ma un principio che unifica, mentre il pensiero razionale distingue
tra immagine e reale, il pensiero mitologico unifica la realtà per analogia,
(analogia: procedimento logico secondo il quale, data la somiglianza di due
cose per uno o più aspetti, si può supporre che esse si assomiglino anche per
gli altri loro aspetti) ed attraverso simboli (Elemento, oggetto, animale o
persona, a cui si attribuisce la possibilità di evocare o significare un valore
ulteriore, più ampio e astratto rispetto a quello che normalmente rappresenta).
Il pensiero razionale, empirico, tecnico si polarizza sull'oggettività del
reale, il pensiero mitologico si polarizza sulla soggettivizzazione del reale,
sulla proiezione identificativa, proietto un bisogno e mi ci identifico
ritrovando nella mia ricerca il bisogno da cui ero partito e trovandomi da esso
appagato, la realtà diventa dunque un sistema costruito sull'identificazione e
vissuto nell'appagamento dei bisogni personali, ma avvenendo tutto questo in un
comune consenso con gli altri, i miei bisogni cercano e trovano i bisogni degli
altri e li si fondono assieme.
La realtà viene presentata ora oggettivamente ora emotivamente in ogni dominio
si presenta l'occasione di rivisitare la realtà stessa, le sue connotazioni,
sono direttamente implicate nei meccanismi di scelta e di decisione delle
persone.
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