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Esempio di percorso terapeutico in 7 sedute PDF Stampa E-mail

di Marco Chisotti e Antonello Musso

SEMPLICEMENTE LA TERAPIA DEL SENSO COMUNE 

Eppure ci lavoro ogni giorno, mi sembra quasi banale poter affermare con semplicità il valore della normalità in terapia, di quanto spesso ci capiti da terapeuti di aiutare casualmente gli altri attraverso un semplice lavoro di senso comune condiviso.

 

Cioè voglio dire, da terapeuta, psicoterapeuta per la precisione, che la terapia è molto più vicina al senso comune condiviso di quanto non sia creduta, ritengo che ci si spinga a trovare chissà quali recondite risposte teoriche in fatti terapeutici che sono al contrario semplici, anzi banali.

Aiutare gli altri sembra più entrare nel loro mondo con la nostra intelligenza, osservare la loro vita, analizzarla curiosamente, senza riuscire a dar giudizio, stupiti magari, ma senza malizia né doppi fini,
realmente incuriositi di quell’intelligenza che ha cercato soluzioni e le ha trovate, magari con evidenti difficoltà dimostrando tutti i limiti di una lucidità ora offuscata, ora scoraggiata, ora disattesa.

Come? Il complesso il temperamento umano, abitudini, comportamenti, conoscenze, sensibilità, tutto sembra intrecciarsi in un groviglio insormontabile, ecco che quindi ti metti a seguire ora questo ora quel ragionamento, ogni tanto scopri una logica latente, sottesa a quella vita, altre volte più semplicemente vedi una persona trascinata dagli eventi che non avrebbe potuto comportarsi meglio di
quanto ha fatto.

E il rispetto per quei tentativi che riesci ad avere, il rispetto per quelle risposte anche se così limitate e circonstanziali, il rispetto per un’intelligenza che ha reagito correttamente pur perdendosi e facendo cadere la persona nelle confusione, come nel panico o nel più totale smarrimento.
Fino a che si è giovani è facile dare ed avere risposte valide, è facile l’adattamento, si è forti e reattivi, ogni ostacolo mostra punti deboli, lo si può aggredire e venirne a capo.

Con gli anni la freschezza se ne va ed i primi acciacchi ci fanno sentire la fallibilità della vita, risulta sempre più importante stringere le spalle farsi forza e proseguire.

Non per questo ci si arrende, piuttosto sono i tempi di reazione che si modificano, il tipo di risposte che sembrano cambiare, si scopre il buon senso che tante volte ci ha dato una mano senza che ne fossimo consapevoli.
La terapia lavora per la ricerca del buon senso, del cambiamento di prospettive, della comprensione- condivisione della vita che si impone, che si presenta e ci conquista trovando casualmente nuove risposte a vecchie domande.

Mi chiedo spesso cosa sia mai terapeutico in ciò che faccio da terapeuta quando induco cambiamenti in una persona, la risposta però non mi arriva, probabilmente non esiste neppure, forse è addirittura tempo perso cercare una regolarità dei cambiamenti, più semplicemente i cambiamenti sono la quintessenza casuale dell’irregolarità, alle volte rappresentano addirittura ciò che di più sbagliato avremmo preso in considerazione, razionalmente parlando.

Mi accorgo in questo stesso momento di non riuscire a dare una spiegazione al valore del senso comune condiviso nella terapia, se non constatandone i risultati, mi rimetto dunque alla semplicità con cui molto spesso ed in modo assolutamente casuale ci troviamo ad aiutare gli altri senza che ci fosse stata chiesta alcuna prestazione in merito, o senza renderci conto del risultato ottenuto.

Le persone cambiano a loro insaputa, o meglio all’insaputa di una parte di loro che li tratteneva inconsapevolmente in impasse.

Parlare confrontarsi, come ridere o disperarsi costituisce un percorso in cui ci si ritrova in un senso comune che ci dà la forza di reagire, cambiare, comprendere meglio i limiti e le possibilità che ci sono offerte, e quando ciò accade è un po’ come ritrovarsi, ritrovare la strada di casa, riconoscere e i posti e le persone e non essere più lì, non essere più alla ricerca affannosa di un qualcosa di così poco chiaro.

Per rimanere nell’idea di semplicità ci sembra costruttivo dire che non c’è una risposta migliore ai problemi della vita che non passi attraverso la nostra creatività e che possiamo veramente abbassare la nostra martellante critica e darci tempo e spazio per reagire, cambiare permettersi in modo acritico di entrare a far parte del senso comune condiviso con l’altro, e tutto ancor più semplicemente sempre riassunto in un atto d’amore verso se stessi, gli altri, il mondo.

Fare terapia al momento non mi sembra altro che fare, o permetter di fare, un semplice e banale atto d’amore verso se stessi, gli altri o il mondo, essere terapeuti ed ogni caso saper abbassare la critica, il pregiudizio e condividere con l’altro la sorte del momento.

La fisiologia delle emozioni

a cura del dr. Antonello Musso

Nel profondo del nostro dna, fra le tante informazioni più o meno nascoste, si celano gli istinti, retaggio del nostro passato animale.

La paura?

Si tratta dell'impulso della preda che si immobilizza di fronte al pericolo sperando di farla franca.

La collera?

Reazione del capo branco che manifesta il suo potere di fronte ad un giovane maschio un po’ troppo, prematuramente ambizioso.

La gioia?

Un segno di pace e di collaborazione rivolto ai nostri simili.

Immediate ed imprevedibili, le emozioni riportano alla luce i pensieri più elementari, a volte in momenti poco opportuni, e possono entrare in contrasto con la nostra mente razionale; non possiamo fare a meno di queste reazioni: senza di esse il nostro cervello farebbe molta fatica a funzionare bene.

Phineas Gage: nel 1848 questo giovane impiegato delle ferrovie americane, in realtà un po’ maldestro, fece esplodere accidentalmente una mina. Venne colpito da una sbarra di ferro di circa 6 kg che gli attraversò la guancia sinistra, il cranio e la parte anteriore del cervello per poi uscirne e cadere una trentina di metri più distante.

Sopravvisse ed in meno di due mesi era di nuovo in piedi, comportandosi però in modo diverso da prima: molto irritabile, sempre insoddisfatto e soprattutto incapace di prendere una decisione semplice come ad esempio scegliere quale vestito indossare.

Solo nel 1994, due studiosi americani (Antonio e Hanna Damasio), analizzando il cranio conservato al Warren medical museum di Harvard, deussero che la zona colpita era la corteccia orbito - frontale.

Tutti coloro che per un motivo o per l'altro avevano subito lesioni in questa parte del cranio, erano incapaci di prendere le decisioni più semplici o addirittura banali.

Per i neurologi non sussistono dubbi: alle riflessioni di queste persone, manca l'elemento essenziale delle emozioni.

Altri esperimenti dimostrarono che facendo osservare a queste persone immagini raccapriccianti, esse ammettono che sono insostenibili, ma anche che non provano sentimenti di terrore.

Quando un problema si pone al nostro cervello, ad esempio cosa fare il fine settimana, la mente passa in rassegna ogni possibile soluzione; ad ogni scenario si scatena una mini reazione emotiva che etichetta letteralmente ogni risposta.

In questo modo il cervello effettua una prima selezione basata sul piacere, sulla tristezza, sulla noia ecc.

Il resto del lavoro viene fatto dalla ragione ("resto a casa così risparmio") e dalla memoria (" in montagna ci sono stato l'altro week end").

Al termine la decisione.

Dunque le emozioni sarebbero un meraviglioso stimolo per ragionare, decidere o semplicemente per decifrare il mondo. Se esso infatti trattasse tutti i dati che gli arrivano dall'estero e dall'interno, presto sarebbe saturo. Allora le emozioni lo aiutano a fare una cernita di ciò che in quel momento è meglio per noi.

Durante una passeggiata, molti stimoli emotivi ci colpiscono, ma se un'auto cerca di investirci, questo fatto genera una reazione emotiva assai maggiore dl cinguettio degli uccelli che ci ha colpito un momento prima; in tal modo possiamo scansare il pericolo preservando la nostra persona.

Inoltre le emozioni ci permettono di dialogare in modo diverso e senza l'uso della ragione con i nostri simili. Intuire che quella persona si prende gioco di noi o che è in collera o ci vuole impressionare, ci permette di decifrare il senso reale delle sue parole; tra madre e bimbo, esso è l’unico primitivo linguaggio coerente.

Il centro del cervello che scatena le emozioni è l’amigdala; ciò accade sia in modo interno attraverso una analisi introspettiva, sia copiando dall'esterno emozioni altrui e rivivendole come proprie. Per questo se ad un funerale tutti piangono, anche noi lo facciamo o se tutti esultano ad un gol, anche noi ci uniformiamo.

Ecco perché la vita deve avere ogni tanto, delle emozioni

PERCORSO DI COLLOQUIO E INDUZIONE

1^ SEDUTA

M: Parla di un tuo obiettivo.

V: Il lavoro. Non ho ben focalizzato cosa voglio fare. Di sicuro lavorare con gli altri.

M: Ti è mai capitato di lavorare dove ti sei sentita emozionata?

V: Sì con E., quando teniamo dei corsi.

M: Ma cosa ti piace veramente?

V: Vedere come si muove il gruppo. Mi coinvolge vedere, osservare le persone come arrivano e come vanno via cambiate. Mi piacerebbe fare ricerca su questo, ma nessuno mi pagherà mai per questo.

M: Cosa ti ha lasciato a livello personale osservare?

V: Mi piace vedere, osservare…

M: Qual è l’ultima esperienza che ti ha dato emozioni?

V: Mi emoziono tantissimo, spesso, nel vedere un film, parlare con un amico…

M: L’ultima volta che sei stata attiva, che non ti sei limitata ad osservare?

V: Tutte le volte che parlo con qualcuno che mi chiede aiuto, mi chiede consigli, qualcuno che seguo nella sua vita. Quando do, mi emoziono e mi sento al mio posto.

M: Ma se una persona venisse da te per il suo lavoro, cosa le diresti?

V: Quello che dico a me, di perseverare e puntare agli obiettivi.

M: Quali sono gli aggettivi tuoi?

V: Costanza – Pazienza – Precisione, quelli che assolutamente mi mancano.

M: E i tre che possiedi?

V: Istinto naturale nel parlare con gli altri.

M: Quali sono gli aggettivi che lo descrivono? Cosa fai quando sei con una persona che chiede aiuto?

V: Ascolto – Leggere tra le righe i suoi messaggi per aiutarla.

M: E se dovessi leggere tra le righe della tua vita cosa emerge di più?

V: Aiutare gli altri, ma non riesco a far coincidere questa qualità con il farmi pagare.

M: Tradurlo in un mestiere? Se ci riuscissi sarebbe il tuo mestiere? La famiglia di queste esperienze sarebbe aiutare gli altri?

V: Sì dare qualcosa agli altri. Mi sento appagata quando do qualcosa agli altri.

M: Se questo altro sei tu è un problema?

V: Il mio problema sono i soldi, se fosse per me non mi farei pagare.

M: Quindi tu non guardi l’orario, vai avanti ad oltranza?

V: Sì io già lo faccio, senza farmi pagare.

M: Quindi il tuo problema è tradurre una tua passione in un lavoro?

V: Sì.

M: Ma non ti sei mai fatta pagare?

V: Sì, quando faccio riflessologia, ma poi faccio tante altre cose con la persona e mi faccio pagare solo la riflessologia.

M: E se unissi tutte le tue competenze, fissando il numero degli incontri, una durata, lavorassi sulla persona e chiedessi una cifra alla persona per questo?

V: No.

M: Cos’è che non funziona?

V: Il farmi pagare per delle cose che non sono la mia vera competenza. Ho tanti diplomi, ho fatto tanti corsi, ma non sono psicologo, quindi non posso farmi pagare per questo.

M: Perché, pensi che siano strumenti da psicologo?

V: Sì.

M: E cos’è giusto farsi pagare, la riflessologia?

V: Sì, perché ho un diploma e lavoro a livello pratico. Per me è molto difficile chiedere dei soldi. So venderti di tutto, ho avuto un’erboristeria, ma faccio fatica con i soldi, ho un cattivo rapporto con i soldi.

M: Ti capisco, ma i soldi servono per vivere.

V: Lo so, perché così non sono indipendente, non del tutto.

M: Bene, vuoi alzarti in piedi? Trovati un punto di riferimento verso l’alto…ma non ricordo il tuo nome… (M. inizia a dondolare dolcemente V.).

V: V, voglia di vivere.

M: E’ tutto un programma…chi l’ha scelto?

V: Mia mamma, che voleva chiamarmi Eulalia…orrendo!

M: E tu a chi ti senti di assomigliare di più?

V: A mio padre, per come si muove, come è fatto…

M: E’ una somiglianza psicologica?

V: No, anche fisica.

M: Tre aggettivi che ti inquadrano quando pensi a te stessa.

V: Sognatrice – Cinica…

M: Cinica, rispetto a chi?

V: Alla vita.

M: (in tutto questo tempo non ha mai smesso di dondolare e far roteare dolcemente V) Allora Realismo…

V: No, mi sento più cinica.

M: E la terza?

V: Camaleontica, perché mi sento più persone…

M: Hai mai pensato come potrebbe essere per te un’esperienza di ipnosi?

V: Sì, come l’altra volta.

M: E come è stato?

V: Bello!



 
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