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di Marco Chisotti e Antonello Musso
SEMPLICEMENTE LA TERAPIA DEL SENSO COMUNE
Eppure ci lavoro ogni giorno, mi sembra quasi banale poter affermare con
semplicità il valore della normalità in terapia, di quanto spesso ci capiti da
terapeuti di aiutare casualmente gli altri attraverso un semplice lavoro di
senso comune condiviso.
Cioè voglio dire, da
terapeuta, psicoterapeuta per la precisione, che la terapia è molto più vicina
al senso comune condiviso di quanto non sia creduta, ritengo che ci si spinga a
trovare chissà quali recondite risposte teoriche in fatti terapeutici che sono
al contrario semplici, anzi banali.
Aiutare gli altri
sembra più entrare nel loro mondo con la nostra intelligenza, osservare la loro
vita, analizzarla curiosamente, senza riuscire a dar giudizio, stupiti magari,
ma senza malizia né doppi fini,
realmente incuriositi di quell’intelligenza che ha cercato soluzioni e le ha trovate,
magari con evidenti difficoltà dimostrando tutti i limiti di una lucidità ora
offuscata, ora scoraggiata, ora disattesa.
Come? Il complesso il temperamento
umano, abitudini, comportamenti, conoscenze, sensibilità, tutto sembra intrecciarsi
in un groviglio insormontabile, ecco che quindi ti metti a seguire ora questo
ora quel ragionamento, ogni tanto scopri una logica latente, sottesa a quella
vita, altre volte più semplicemente vedi una persona trascinata dagli eventi
che non avrebbe potuto comportarsi meglio di
quanto ha fatto.
E il rispetto per quei
tentativi che riesci ad avere, il rispetto per quelle risposte anche se così limitate
e circonstanziali, il rispetto per un’intelligenza che ha reagito correttamente
pur perdendosi e facendo cadere la persona nelle confusione, come nel panico o
nel più totale smarrimento.
Fino a che si è giovani è facile dare ed avere risposte valide, è facile l’adattamento,
si è forti e reattivi, ogni ostacolo mostra punti deboli, lo si può aggredire e
venirne a capo.
Con gli anni la
freschezza se ne va ed i primi acciacchi ci fanno sentire la fallibilità della
vita, risulta sempre più importante stringere le spalle farsi forza e
proseguire.
Non per questo ci si
arrende, piuttosto sono i tempi di reazione che si modificano, il tipo di
risposte che sembrano cambiare, si scopre il buon senso che tante volte ci ha
dato una mano senza che ne fossimo consapevoli.
La terapia lavora per la ricerca del buon senso, del cambiamento di prospettive,
della comprensione- condivisione della vita che si impone, che si presenta e ci
conquista trovando casualmente nuove risposte a vecchie domande.
Mi chiedo spesso cosa
sia mai terapeutico in ciò che faccio da terapeuta quando induco cambiamenti in
una persona, la risposta però non mi arriva, probabilmente non esiste neppure, forse
è addirittura tempo perso cercare una regolarità dei cambiamenti, più semplicemente
i cambiamenti sono la quintessenza casuale dell’irregolarità, alle volte
rappresentano addirittura ciò che di più sbagliato avremmo preso in
considerazione, razionalmente parlando.
Mi accorgo in questo
stesso momento di non riuscire a dare una spiegazione al valore del senso
comune condiviso nella terapia, se non constatandone i risultati, mi rimetto
dunque alla semplicità con cui molto spesso ed in modo assolutamente casuale ci
troviamo ad aiutare gli altri senza che ci fosse stata chiesta alcuna
prestazione in merito, o senza renderci conto del risultato ottenuto.
Le persone cambiano a
loro insaputa, o meglio all’insaputa di una parte di loro che li tratteneva
inconsapevolmente in impasse.
Parlare confrontarsi,
come ridere o disperarsi costituisce un percorso in cui ci si ritrova in un
senso comune che ci dà la forza di reagire, cambiare, comprendere meglio i
limiti e le possibilità che ci sono offerte, e quando ciò accade è un po’ come
ritrovarsi, ritrovare la strada di casa, riconoscere e i posti e le persone e
non essere più lì, non essere più alla ricerca affannosa di un qualcosa di così
poco chiaro.
Per rimanere nell’idea
di semplicità ci sembra costruttivo dire che non c’è una risposta migliore ai
problemi della vita che non passi attraverso la nostra creatività e che
possiamo veramente abbassare la nostra martellante critica e darci tempo e
spazio per reagire, cambiare permettersi in modo acritico di entrare a far parte
del senso comune condiviso con l’altro, e tutto ancor più semplicemente sempre
riassunto in un atto d’amore verso se stessi, gli altri, il mondo.
Fare terapia al momento non mi
sembra altro che fare, o permetter di fare, un semplice e banale atto d’amore
verso se stessi, gli altri o il mondo, essere terapeuti ed ogni caso saper
abbassare la critica, il pregiudizio e condividere con l’altro la sorte del
momento.
La fisiologia delle emozioni
a cura del dr. Antonello
Musso
Nel profondo del nostro dna, fra le tante informazioni più o meno nascoste, si
celano gli istinti, retaggio del nostro passato animale.
La paura?
Si tratta dell'impulso
della preda che si immobilizza di fronte al pericolo sperando di farla franca.
La collera?
Reazione del capo branco
che manifesta il suo potere di fronte ad un giovane maschio un po’ troppo,
prematuramente ambizioso.
La gioia?
Un segno di pace e di
collaborazione rivolto ai nostri simili.
Immediate ed
imprevedibili, le emozioni riportano alla luce i pensieri più elementari, a
volte in momenti poco opportuni, e possono entrare in contrasto con la nostra
mente razionale; non possiamo fare a meno di queste reazioni: senza di esse il
nostro cervello farebbe molta fatica a funzionare bene.
Phineas Gage: nel 1848
questo giovane impiegato delle ferrovie americane, in realtà un po’ maldestro,
fece esplodere accidentalmente una mina. Venne colpito da una sbarra di ferro
di circa 6 kg
che gli attraversò la guancia sinistra, il cranio e la parte anteriore del
cervello per poi uscirne e cadere una trentina di metri più distante.
Sopravvisse ed in meno
di due mesi era di nuovo in piedi, comportandosi però in modo diverso da prima:
molto irritabile, sempre insoddisfatto e soprattutto incapace di prendere una
decisione semplice come ad esempio scegliere quale vestito indossare.
Solo nel 1994, due
studiosi americani (Antonio e Hanna Damasio), analizzando il cranio conservato
al Warren medical museum di Harvard, deussero che la zona colpita era la
corteccia orbito - frontale.
Tutti coloro che per un
motivo o per l'altro avevano subito lesioni in questa parte del cranio, erano
incapaci di prendere le decisioni più semplici o addirittura banali.
Per i neurologi non
sussistono dubbi: alle riflessioni di queste persone, manca l'elemento
essenziale delle emozioni.
Altri esperimenti
dimostrarono che facendo osservare a queste persone immagini raccapriccianti,
esse ammettono che sono insostenibili, ma anche che non provano sentimenti di
terrore.
Quando un problema si
pone al nostro cervello, ad esempio cosa fare il fine settimana, la mente passa
in rassegna ogni possibile soluzione; ad ogni scenario si scatena una mini
reazione emotiva che etichetta letteralmente ogni risposta.
In questo modo il
cervello effettua una prima selezione basata sul piacere, sulla tristezza,
sulla noia ecc.
Il resto del lavoro
viene fatto dalla ragione ("resto a casa così risparmio") e dalla
memoria (" in montagna ci sono stato l'altro week end").
Al termine la decisione.
Dunque le emozioni
sarebbero un meraviglioso stimolo per ragionare, decidere o semplicemente per
decifrare il mondo. Se esso infatti trattasse tutti i dati che gli arrivano
dall'estero e dall'interno, presto sarebbe saturo. Allora le emozioni lo aiutano
a fare una cernita di ciò che in quel momento è meglio per noi.
Durante una passeggiata,
molti stimoli emotivi ci colpiscono, ma se un'auto cerca di investirci, questo
fatto genera una reazione emotiva assai maggiore dl cinguettio degli uccelli
che ci ha colpito un momento prima; in tal modo possiamo scansare il pericolo
preservando la nostra persona.
Inoltre le emozioni ci
permettono di dialogare in modo diverso e senza l'uso della ragione con i
nostri simili. Intuire che quella persona si prende gioco di noi o che è in
collera o ci vuole impressionare, ci permette di decifrare il senso reale delle
sue parole; tra madre e bimbo, esso è l’unico primitivo linguaggio coerente.
Il centro del cervello
che scatena le emozioni è l’amigdala; ciò accade sia in modo interno attraverso
una analisi introspettiva, sia copiando dall'esterno emozioni altrui e
rivivendole come proprie. Per questo se ad un funerale tutti piangono, anche
noi lo facciamo o se tutti esultano ad un gol, anche noi ci uniformiamo.
Ecco perché la vita deve
avere ogni tanto, delle emozioni
PERCORSO DI COLLOQUIO E INDUZIONE
1^ SEDUTA
M: Parla di un tuo obiettivo.
V: Il lavoro. Non ho ben focalizzato cosa voglio fare. Di
sicuro lavorare con gli altri.
M: Ti è mai capitato di lavorare
dove ti sei sentita emozionata?
V: Sì con E., quando teniamo dei
corsi.
M: Ma cosa ti piace veramente?
V: Vedere come si muove il gruppo. Mi coinvolge vedere,
osservare le persone come arrivano e come vanno via cambiate. Mi piacerebbe
fare ricerca su questo, ma nessuno mi pagherà mai per questo.
M: Cosa ti ha lasciato a livello
personale osservare?
V: Mi piace vedere, osservare…
M: Qual è l’ultima esperienza che ti
ha dato emozioni?
V: Mi emoziono tantissimo, spesso, nel vedere un film,
parlare con un amico…
M: L’ultima volta che sei stata
attiva, che non ti sei limitata ad osservare?
V: Tutte le volte che parlo con qualcuno che mi chiede aiuto,
mi chiede consigli, qualcuno che seguo nella sua vita. Quando do, mi emoziono e
mi sento al mio posto.
M: Ma se una persona venisse da te
per il suo lavoro, cosa le diresti?
V: Quello che dico a me, di
perseverare e puntare agli obiettivi.
M: Quali sono gli aggettivi tuoi?
V: Costanza – Pazienza – Precisione, quelli che
assolutamente mi mancano.
M: E i tre che possiedi?
V: Istinto naturale nel parlare con
gli altri.
M: Quali sono gli aggettivi che lo descrivono? Cosa fai
quando sei con una persona che chiede aiuto?
V: Ascolto – Leggere tra le righe i suoi messaggi per
aiutarla.
M: E se dovessi leggere tra le righe
della tua vita cosa emerge di più?
V: Aiutare gli altri, ma non riesco a far coincidere questa
qualità con il farmi pagare.
M: Tradurlo in un mestiere? Se ci riuscissi sarebbe il tuo
mestiere? La famiglia di queste esperienze sarebbe aiutare gli altri?
V: Sì dare qualcosa agli altri. Mi sento appagata quando do
qualcosa agli altri.
M: Se questo altro sei tu è un
problema?
V: Il mio problema sono i soldi, se
fosse per me non mi farei pagare.
M: Quindi tu non guardi l’orario,
vai avanti ad oltranza?
V: Sì io già lo faccio, senza farmi
pagare.
M: Quindi il tuo problema è tradurre
una tua passione in un lavoro?
V: Sì.
M: Ma non ti sei mai fatta pagare?
V: Sì, quando faccio riflessologia, ma poi faccio tante
altre cose con la persona e mi faccio pagare solo la riflessologia.
M: E se unissi tutte le tue competenze, fissando il numero
degli incontri, una durata, lavorassi sulla persona e chiedessi una cifra alla
persona per questo?
V: No.
M: Cos’è che non funziona?
V: Il farmi pagare per delle cose che non sono la mia vera
competenza. Ho tanti diplomi, ho fatto tanti corsi, ma non sono psicologo,
quindi non posso farmi pagare per questo.
M: Perché, pensi che siano strumenti
da psicologo?
V: Sì.
M: E cos’è giusto farsi pagare, la
riflessologia?
V: Sì, perché ho un diploma e lavoro a livello pratico. Per
me è molto difficile chiedere dei soldi. So venderti di tutto, ho avuto
un’erboristeria, ma faccio fatica con i soldi, ho un cattivo rapporto con i
soldi.
M: Ti capisco, ma i soldi servono
per vivere.
V: Lo so, perché così non sono indipendente, non del tutto.
M: Bene, vuoi alzarti in piedi? Trovati un punto di
riferimento verso l’alto…ma non ricordo il tuo nome… (M. inizia a dondolare
dolcemente V.).
V: V, voglia di vivere.
M: E’ tutto un programma…chi l’ha
scelto?
V: Mia mamma, che voleva chiamarmi
Eulalia…orrendo!
M: E tu a chi ti senti di assomigliare
di più?
V: A mio padre, per come si muove,
come è fatto…
M: E’ una somiglianza psicologica?
V: No, anche fisica.
M: Tre aggettivi che ti inquadrano
quando pensi a te stessa.
V: Sognatrice – Cinica…
M: Cinica, rispetto a chi?
V: Alla vita.
M: (in tutto questo tempo non ha mai smesso di dondolare
e far roteare dolcemente V) Allora Realismo…
V: No, mi sento più cinica.
M: E la terza?
V: Camaleontica, perché mi sento più
persone…
M: Hai mai pensato come potrebbe
essere per te un’esperienza di ipnosi?
V: Sì, come l’altra volta.
M: E come è stato?
V: Bello!
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