|
di Davide Pierini
I tempi di oggi vedono sullo scenario della salute e della malattia emergere
confronti, a volte accesi, tra la medicina “ufficiale-tecnologica” e quella
“alternativa” o anche detta “complementare”: l’una forte di un potere acquisito
nel corso della storia e suggellato dall’istituzione come “sicuro e vero”;
l’altra, di minoranza, prende la sua forza vitale da un
malcontento nei riguardi di chi oggi ha forse un potere che è troppo.
La “tradizione ufficiale” ha come premesse di base
l’esistenza della malattia che, nelle sue varie interpretazioni, si presenta
come qualcosa che non va, un errore nell’organismo di un essere vivente. Questo
“sbaglio” è percepito come minaccioso, una sfortuna, a volte una disgrazia, che
colpisce sfortunati e disgraziati secondo la regola del caso. Per questo motivo
questo sfortunato errore, capriccio che non sembra provenire da nessun luogo e
senza alcun significato, per caso appunto, va combattuto: esso è un nemico che
va combattuto con ogni mezzo, pena la morte dell’individuo.
Ogni malattia porta in sé la minaccia di morte, e in una
tale visione il mondo appare ostile e insicuro, in quanto non sai mai cosa può
accaderti: il corpo diventa ostile in quanto luogo dove avvengono processi (quelli
della malattia) che bisogna tenere sotto controllo, la natura diventa ostile in
quanto generatrice di virus e batteri sempre più pericolosi, la vita diventa
ostile poiché minacciata dalla morte, una spada di Damocle che rappresenta per
la “tradizione ufficiale” il più grande tabù.
Per far fronte a tutto ciò si è deciso di comprendere cosa
nel corpo c’è di diverso dalla condizione normale correlabile, più o meno
statisticamente, allo stato di malattia e quindi intervenire contrastando il
processo e forzandolo verso la condizione originaria: la “cura”. Si attaccano
virus e batteri o “cellule impazzite” con agenti chimici (farmaci), energetici
(radiazioni, onde elettromagnetiche), meccanici (chirurgia) e quant’altro, con
un unico scopo: quello di combattere.
Si combatte finché l’ordine precedente non viene
ristabilito: ecco la salute.
La “tradizione ufficiale” si fonda sulla fisica
meccanicistica, cioè quella che per interpretare il mondo usa le metafore di
materia fatta di mattoni fondamentali (gli atomi) sottoposti a forze e che
studia gli eventi secondo la causalità lineare, cioè esiste una sola causa, al
massimo due, che determina un solo effetto o, al massimo, due. Siccome è molto
difficile tener conto contemporaneamente di tutte le cause e di tutti gli
effetti, ad un certo punto gli eventi sono considerati casuali, cioè privi di
causa e di significato. Nonostante ci?, per fortuna o per disgrazia, da tutto
questo “caso” è emersa una moltitudine di esseri viventi, tra cui l’uomo.
Un uomo che pensa, che si emoziona, che agisce, che si ammala. “Per caso”, senza
una causa, senza un fine…
Le potenzialità della “tradizione ufficiale” sono forse ben note, ma non
altrettanto si può dire forse per i suoi limiti troppo spesso spacciati per gli
ultimi, le moderne colonne d’Ercole oltre le quali non esiste nulla o comunque
non ci si può avventurare. Mi chiedo perché, in una visione dove il caso regna
sovrano, ci si dovrebbe preoccupare tanto di “curare” gli “ammalati”.
In molti non sono più soddisfatti di questo modello, quello
medico, e sono molto desiderosi di un’alternativa.
Una terapia alternativa?
Per trovare qualcosa di diverso ci si è rivolti,
giustamente, a quanto c’è di più diverso da noi sulla Terra, la cultura
orientale. Nella dimensione olistica, dove cioè tutto è uno, non esiste nemico
da combattere se non in noi, poiché se qualcosa accade, nel bene e nel male, è
giusto, nel senso di perfetto, poiché tutti gli eventi concorrono a guidare
l’Uomo verso la sua meta: il tutto, o l’uno, da cui proviene. Noi non possiamo
sapere, tramite la nostra mente, quale sia la meta di ognuno, né chi l’ha
raggiunta pu? insegnarla, ma pu? essere percepita da ogni singolo in se stesso,
nel suo cuore, che tra l’altro possiede un suo cervello. Ed ecco che vengono
“proposte” alcune tecniche e metodologie che possono aiutare l’individuo a
raggiungere la sua origine.
Ed ecco anche che queste tecniche vengono importate e insegnate in occidente,
con la speranza che la saggezza degli antichi possa darci strumenti diversi per
le nostre malattie. Ma, come recita un proverbio, “Quando il Maestro indica la Luna, lo stolto vede il dito,
il saggio vede la Luna”,
e chi pensa di “combattere” le malattie a suon di meditazione o yoga mi sembra
cadere nello stesso errore da cui pretenderebbe discostarsi.
Certamente le tecniche originali o derivate dalla conoscenza orientale sono
efficaci e soprattutto sono basate su principi naturali, cioè della Natura e
quindi appartenenti all’uomo e al suo organismo; certamente, agendo ad un
livello di complessità superiore al substrato biologico, possono offrire
possibilità molto ampie, ma siamo proprio sicuri che potremo fare a meno della
chirurgia e della farmacologia? (forse di quelle assoggettate alle leggi di
mercato).
Troppo spesso si è visto attuare innovazioni puramente
esteriori che sono risultate essere alla fine il vecchio in abiti nuovi.
Voglio evidenziare un aspetto secondo me fondamentale per la vera innovazione
da cui nessuno si dovrebbe esimere: volenti o nolenti noi abbiamo stampato
nella nostra mente un paradigma di fondo che è quello della medicina
tradizionale. O meglio, la medicina occidentale ha quelle premesse di base, in
quanto è nata da uomini che percepivano il mondo in quel modo. Noi, nella
nostra educazione, nel nostro modo di vivere odierno, abbiamo ereditato una
visione del mondo che sta alla base della nostra identità. E noi, oggi,
nonostante ci stia stretto, guardiamo il mondo in quei termini, per il semplice
fatto che siamo nati e cresciuti psicofisicamente in tale punto di vista.
Ecco forse perché chi non è costantemente presente a se
stesso e a come fa le cose, rischia in realtà di riprodurre gli stessi sbagli
che voleva correggere. Molti sono desiderosi di fare qualcosa di diverso, di
migliore.
In effetti è necessario iniziare a fare qualcosa di diverso, almeno per
rispondere ad esigenze che si fanno sempre più pressanti nell’animo delle
persone.
La nostra proposta non è tanto quella di terapie
alternative, ma quella di un’alternativa alle terapie.
Alternativa alle terapie significa non aver bisogno del concetto di terapia; e,
se si fa a meno della terapia, si fa a meno del concetto vago e mutevole di
malattia. E se non c’è la malattia, non vi sono errori commessi dalla Natura; e
se la Natura
non fa errori allora il caso si trasforma in complessità, quella complessità
che la fisica moderna indaga oggi con l’analisi non lineare, scoprendo ordine
laddove fino a ieri c’era solo caso. E se esiste un ordine cos? complesso che
ai nostri occhi appare incomprensibile (altrimenti detto casuale), allora
appare sensato vedere la Natura
stessa manifestazione e testimonianza di questa complessità.
Possiamo vedere la Natura
come depositaria di una sapienza, in quanto capace di produrre e regolare la
vita degli esseri viventi, al di là della volontà e della conoscenza dell’uomo.
Possiamo vedere la Natura
come espressione manifesta di ci? che chiamiamo Vita, quell’ordine che a
tutt’oggi, a dispetto di ogni conoscenza orientale o occidentale, tradizionale
o alternativa, rimane ai più un mistero. Con lo studio e l’osservazione
possiamo vedere che quest’ordine ha una direzione verso cui tutto tende, anche
l’uomo. Possiamo vedere che la
Vita tende a perpetuare se stessa e forse infine possiamo
percepirla non più come ostile ma come benevola, o come direbbero i nativi
Americani se ancora esistessero, come Madre. Essa è come un libro scritto in
metafore. Ed ecco che l’evoluzione delle specie ci mostra il progetto della
Vita, a cui tutti siamo destinati volenti o nolenti; e a me pare che questo sia
un progetto grandioso e meraviglioso.
Alcuni dicono che la Vita
è bella.
In quest’ottica il benessere, la salute e la stessa pace
interiore sono possibili nella misura in cui un individuo riesce ad allinearsi
con l’ordine della Natura e quindi della Vita, nel posto che gli è proprio
secondo le sue caratteristiche. Malattia, sofferenza, dolore non sono altro che
le indicazioni che ci segnalano quando ci allontaniamo dal percorso, e quanto
più ci allontaniamo tanto più sono pressanti. Il loro scopo è quello di
portarci là dov’è la nostra meta.
In una maniera o nell’altra.
Basti pensare a cosa succede a coloro che non possono
provare dolore, se non sono più che attenti a loro stessi. Attenzione a se
stessi, ovvero prendersi cura, oppure essere molto sensibili (capacità di
percepire e sentire), o ancora consapevolezza: in una parola, presenza.
La scienza mostra come “qualsiasi cosa abbia bisogno di
qualcos’altro per venire all’esistenza”, vediamo cioè una delle prime lezioni
della Vita attraverso la Natura:
è in una relazione d’amore che tutto avviene. Il concepimento di un bambino, la
sua gestazione, il suo sviluppo psicofisico, inteso come le sue capacità
cognitive ed emotive. E’ in una relazione che si può andare “contro Natura”,
ovvero contro la Vita,
ed è in una relazione umana che ci si può riallineare con essa.
Si pensi al fatto che un fattore comune ad una parte di
“remissioni spontanee” di “ malattie allo stadio terminale” è proprio la
apertura (mai vissuta cos? a lungo) alla Vita nella quotidianità individuale
indotta dalla malattia stessa (tradizionalmente considerata la disgrazia), e
che porta le persone ad uno stato di pace interiore mai provato in condizioni
di “salute”.
E’ sensato chiedersi ancora se sia più efficace una tecnica
o l’altra, una medicina o l’altra, un approccio o l’altro? Quale complessità di
fattori porterà ad un esito o ad un altro? Ma soprattutto chi sarà in grado di
giudicarne la correttezza, la bontà e la giustizia? Sarà meglio una meditazione
per combattere la malattia, o una chemioterapia data con la più sincera
empatia?
A mio
avviso nessun uomo può conoscere a priori la risposta ad una tale domanda.
|