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Direttive,compiti a casa,interventi metaforici fondamentali PDF Stampa E-mail

 

Erickson in linea con un approccio pragmatico e comportamentale dava delle direttive e dei compiti a casa al cliente.

Secondo Haley tale pratica assolve vari scopi:

1. Il principale fine della terapia è di fare in modo che le persone si comportino in maniera diversa e che diverse siano le esperienze vissute. Le direttive sono una maniera di rendere possibili questi cambiamenti.

2. Le direttive vengono usate per intensificare il rapporto con il terapeuta [...] Se la direttiva è qualcosa che le persone sono chiamate a svolgere durante la settimana, il terapeuta in certo modo rimane nelle loro vite per tutto questo periodo di tempo. [...]

3. Le direttive vengono usate per avere informazioni. [...] che facciano o meno ciò che il terapeuta ha detto di fare, che se lo dimentichino o che ci provino senza riuscirci, il terapeuta riceve informazioni che altrimenti non otterrebbe" (Jay Haley, La terapia del problem-solving, Nuova Italia Scientifica, 1985 Roma, p. 56)

Chiaramente in caso il cliente non metta in atto la direttiva, l’atteggiamento migliore del terapeuta è quello di considerare ciò come una sconfitta del cliente: non ha fatto uno sgarbo al terapeuta ma a lui stesso perché ha perso una opportunità di cambiamento (anche se a volte può essere utile la posizione down: dichiarare apertamente la propria sconfitta).

Alcuni terapeuti potrebbero non ritenere opportuno o etico un approccio eccessivamente direttivo. Secondo Haley la questione non si pone poiché tutto ciò che accade in terapia può essere inteso come una direttiva. Il terapeuta se non vorrà dirigere in maniera esplicita lo farà in maniera implicita:

"Ci possono essere occasioni in cui il terapeuta non vuole assumersi la responsabilità di dirigere il comportamento altrui. Per esempio, qualcuno potrebbe chiedere: "dovrei lasciare il mio lavoro?" o "dovrei divorziare da mia moglie?"; in questo caso è bene rispondere: "questo è qualcosa che devi scegliere da solo". Tuttavia, se il terapeuta ha delle opinioni su simili decisioni, queste vengono in ogni caso comunicate attraverso ciò che il terapeuta dice apertamente o implicitamente, con il tono di voce e il modo in cui si muove." (Id. ibid., p. 57)

La terapia breve strategica secondo Haley è come una partita a scacchi nella quale occorre conoscere le regole del gioco, le tattiche dell’avversario e avvalersi di una serie di strategie consolidate al fine di dare scacco matto.

La differenza fondamentale da una partita di scacchi è che la terapia è un gioco a forma diversa da 0, vale a dire che non prevede un vincitore o un vinto: i giocatori perdono o vincono insieme.

 

Terapia breve strategica

 

Tramite lo studio del lavoro di Erickson; inizialmente da parte di Jay Haley e John Weakland; si poté constatare come l’approccio terapeutico di Erickson consistesse nell’applicazione pragmatica delle idee che si stavano sviluppando a Palo Alto con il progetto di ricerca promosso da Bateson intorno ai "paradossi dell’astrazione nella comunicazione".

In effetti le prescrizioni paradossali utilizzate da Erickson erano in linea con i principi matematici della teoria dei tipi logici da cui si sviluppò il modello di doppio legame, con la teoria dei sistemi e con la cibernetica. Per esempio Erickson comunicava a più livelli, prescriveva il sintomo o incoraggiava paradossalmente la resistenza, entrava in contatto con un solo paziente e finiva per curare l’intera famiglia, faceva ampiamente ricorso all’"effetto valanga" ecc.

In seguito, grazie allo studio dell’approccio Ericksoniano e grazie agli ulteriori contributi di Paul Watzlawick, Richard Fisch e Don Jackson, si è messo a punto un modello di terapia breve strategica.

La terapia breve parte dal presupposto che il problema si regge sulle "tentate soluzioni" del paziente e delle persone che gli stanno intorno che, piuttosto che risolvere la questione, finiscono per retroagire sul problema complicandolo. Il primo passo della terapia è la comprensione del funzionamento del sintomo; inteso come un sistema cibernetico autopoietico; nella situazione attuale della persona  piuttosto che ricercare le sue cause originarie in un lontano passato. 

Trovato il modo in cui si mantiene il problema si può passare a un intervento paradossale e indiretto che contribuisca alla "rottura del sistema percettivo-reattivo "rigido" del soggetto attraverso la rottura del meccanismo contorto di "tentate soluzioni" che mantengono il problema, e del groviglio di retroazioni interpersonali che si vengono a costruire su questa base." (Giorgio Nardone, Paul Watzlawick, L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, Milano 1999, p. 36)

Se si segue un approccio di questo tipo il cambiamento può anche essere improvviso così come accade spesso in natura. L’importante è individuare le regole fondamentali che governano il sistema per poi modificarle: "I teorici del sistema hanno parlato di ps come di quel punto nodale su cui converge il massimo coefficiente di funzioni essenziali al mantenimento proprio di un dato sistema. Essi definiscono il ps come il punto, mutando il quale si ha il massimo cambiamento del sistema con un minimo dispendio energetico." (M. Selvini Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata, Paradosso e controparadosso, Feltrinelli, 1975 Milano, p. 59)

La persona non riesce a risolvere la sua problematica perché cerca la soluzione all’interno del modello del mondo che ha prodotto il problema.

Costui potrà dirvi che ha cercato di risolvere il problema in tutti i modi possibili. A un’analisi più attenta si troverà che le tentate soluzioni facevano parte della stessa classe di risposte (per esempio punire con il silenzio, con le botte oppure sgridando). Queste soluzioni, in quanto appartenenti allo stesso livello logico, non erano sufficientemente diverse fra di loro e quindi non producevano quella differenza che fa una differenza.

Quando la soluzione non sortiva i risultati desiderati, il cliente, il più delle volte si impelagava in una sorta di escalation simmetrica con il problema impiegando maggiori dosi dello stesso rimedio.

In tal senso più cerca di cambiare e di migliorare la situazione e più questa tende a rimanere la stessa. Si dice che la persona è presa in un gioco senza fine. È come se fosse vittima di in una sorta di incantesimo. Simile a all’ubriaco della barzelletta cerca la chiave sotto il lampione perché lì c’è luce piuttosto che cercarla altrove. In altre parole il sistema è prigioniero delle sue regole e non è in grado di produrre dal suo interno una regola per il cambiamento delle sue regole (una metaregola).

Le origini di questo atteggiamento sono da ritrovarsi nella logica binaria del tipo o/o (doverizzazioni, catastrofizzazioni, assolutizzazioni) che non consente quella "visione multioculare" del problema necessaria a risolverlo.

A questo punto occorre distinguere due tipi di cambiamento.

Un cambiamento di tipo 1 che fa riferimento alle premesse del sistema. Tale tipo di cambiamento una volta messo in atto lascia il sistema invariato.

Poi vi è un cambiamento di tipo 2 che non fa riferimento alle premesse del sistema e quindi dall’interno del sistema può apparire paradossale, illuminante o assurdo. Tale cambiamento cambia il sistema stesso:

"Facciamo un esempio di tale distinzione in termini più comportamentistici. Una persona che ha un incubo può fare molte cose nel suo sogno: correre, nascondersi, lottare, strillare, saltare da un dirupo, ecc. ma nessun cambiamento da uno qualunque di tali comportamenti a un altro porrebbe mai fine all’incubo. D’ora in poi ci riferiremo a questo tipo di cambiamento come al cambiamento 1. L’unico modo di uscir fuori da un sogno implica il cambiamento dal sognare all’esser desti. L’esser desti, evidentemente, non fa più parte del sogno, ma è un cambiamento a uno stato completamente diverso. D’ora innanzi ci riferiremo a questo tipo di cambiamento come al cambiamento 2." (Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, p. 27)

Si potrebbe pensare che occorra una ridefinizione cognitiva della realtà del cliente per compiere il salto di livello logico necessario a uscire dalla gabbia nella quale si è imprigionato. In effetti, un risultato finale del cambiamento di tipo 2 è la creazione di un sistema di punteggiatura alternativo della realtà. Tuttavia un intervento cognitivo anche se orientato all’hic et nunc può essere estremamente lungo e laborioso.

Anche una terapia di tipico esclusivamente comportamentale seppur breve può incontrare notevoli resistenze, poiché ogni sistema ha una tendenza naturale all’omeostasi e quindi a rifuggire dal nuovo. A questo punto entra in gioco l’intervento indiretto e suggestivo alla Milton Erickson che può scardinare le premesse epistemologiche del soggetto a partire da un intervento di tipo comportamentale che, tramite trabocchetti o benefici imbrogli permette di "solcare il mare all’insaputa del cielo".

La resistenza tra l’altro, ci insegna Erickson, non va considerata un nemico poiché contiene quella pulsione che, se canalizzata in modo diverso, provoca la risoluzione del sintomo.

Potremmo definire questa terapia una terapia comportamentale che fa tesoro del costruttivismo, della cibernetica, della terapia sistemica e dell’ipnosi.

Se consideriamo uno stato di coscienza come la risultate dell’interazione di diverse variabili: pensieri, emozioni, fisiologia, comportamento, ambiente; ci rendiamo conto che agendo su una o più di queste variabili noi possiamo cambiare uno stato di coscienza e quindi anche la realtà percepita; considerando che la realtà psichica è funzione dello stato di coscienza.

Così è possibile cambiare la mappa del mondo a partire dal comportamento innescando le cosiddette "esperienze emozionali correttrici".

Queste esperienze vengono indotte attraverso prescrizioni comportamentali costruite su misura per il cliente (utilizzazione e distrazione dell’emisfero dominante) e tramite una logica isomorfa alla sintomatologia stessa (utilizzando il linguaggio dell’emisfero non dominante).

Troviamo così una serie di ingiunzioni e prescrizioni paradossali del tipo: "Sii spontaneo!".

Tali prescrizioni "devono essere ingiunte in un linguaggio lento e scandito, ripetendo varie volte l’ingiunzione, e presentate al paziente negli ultimi minuti della seduta. È evidente l’analogia con la tecnica dell’induzione alla trance ipnotica.

In effetti, come nell’induzione ipnotica, quanto più il terapeuta riesce a caricare di suggestione la prescrizione, tanto meglio questa sarà eseguita e maggiore sarà la sua efficacia." (Giorgio Nardone, L’arte del cambiamento, Ponte Alle Grazie, p. 98)

I "benefici imbrogli" per quanto semplici possano apparire riescono a scardinare il sistema percettivo e reattivo perché lo attaccano indirettamente su più punti (comportamentale, emotivo ed infine cognitivo). In effetti perché un cambiamento possa essere realizzato in tempi brevi occorre una ristrutturazione non solo cognitiva ma anche e sopratutto emotiva.

L’importanza delle emozioni sembra essere confermata anche dalle ricerche neurologiche.

In passato si credeva che i segnali provenienti dagli organi di senso giungessero alle aree della neocorteccia deputate all’elaborazione delle informazioni, per poi; una volta decodificati e classificati; venir inviati al sistema limbico e produrre una risposta. In realtà le ricerche del neuroscienziato Joseph LeDoux sembrano dimostrare che esistano delle vie neuronali capaci di aggirare la neocorteccia. Tali vie dal talamo raggiungono immediatamente l’amigdala per elicitare delle risposte emotive che non passano il vaglio della elaborazione cognitiva.

C’è da dire che fortunatamente la corteccia e in particolare i lobi frontali hanno ; in virtù di una serie di fibre connettive che li collegano all’amigdala; la possibilità di controllare le reazioni emotive disfunzionali, infatti la terapia cognitiva si occupa principalmente di questo. Rimane comunque il fatto che "ci sono molte più connessione dall’amigdala alla corteccia che viceversa. Così, mentre le parti più sofisticate del cervello sono in grado di esercitare un qualche controllo sui loro compatrioti spesso sfrenati, il cervello emotivo ha molte più possibilità di condizionare i centri cerebrali superiori." (Ian H. Robertson, Il cervello plastico, Rizzoli, 1999, p. 227)

Così una esperienza traumatica o una esperienza emozionale correttrice ha un impatto maggiore sulla rete neuronale poiché attiva una porzione più vasta di tessuto nervoso.

Anche la teoria della scuola psicanalitica di San Francisco è in linea con quanto affermato finora. I fondatori Joseph Weiss e Harold Sampson sono giunti alla conclusione che un cambiamento analitico può intervenire anche senza una specifica interpretazione secondo i dettami dell’analisi classica. Per esempio, una particolare esperienza relazionale all’interno della terapia può funzionare come una sorta di ristrutturazione nei confronti delle credenze disfunzionali del cliente.

 



 
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