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Le armi della persuasione PDF Stampa E-mail
 

 

"Non lavori sabato?

No

Potresti accompagnarmi all’aeroporto?

Si, a che ora?

Il mio aereo parte per New York alle 7.30

Del mattino?

Si, certo!

Ma è presto

Allora siamo d’accordo?

Mah, non è che mi faccia comodo, ma va bene

OK, passa a prendermi alle cinque e dieci

Un momento, perché alle cinque e dieci?

Perché vado a New York!

Non vedo il nesso

Insomma, bisogna essere all’aeroporto due ore prima, lo sai. E poi, sei fortunato: ci sono alcune compagnie che chiedono di trovarsi in aeroporto addirittura tre ore prima!

Mio Dio, è davvero presto, perché sono stanco della settimana e...

Ma sì, dormirai domenica! Sei giovane! Dai, sii gentile. Non ci vado mica tutte le settimane a New York

No, per fortuna! D’accordo, ci vediamo sabato alle 5.10 a casa tua. O.K." (p. 114)

Notate la domanda di apertura che serve a incastrarvi. Si possono anche fare dei commenti ironici alle vostre giuste obiezioni anzitutto definendole lagnanze, poi esagerandole (reductio ad absurdum) "ma non faccia il vecchietto...", "Cosa sei, proprio uno sfaticato", "non ho capito quando devi andare a sciare ti alzi prestissimo e adesso per fare un favore a un amico" ecc.

Così scopriamo che personalità manipolatrici sono capaci di usare istintivamente quasi la totalità delle tecniche persuasive. La "vittima" che gioca al gioco perverso insieme al "manipolatore" è generalmente una persona coscienziosa che tende a colpevolizzarsi, sarà quindi particolarmente vulnerabile alle critiche e ai giudizi anche se infondati. È una persona che preferisce sottostare a dei compromessi piuttosto che andare incontro a una lite e alla rottura del rapporto. La "vittima ideale" è spesso una persona insicura che tende a rispondere alle esigenze e alle necessità altrui e che ha notevoli distonie (disagi) in vari aspetti della sua vita. Il "manipolatore" potrà girare il coltello nella ferita (nei vari punti deboli) destabilizzando la fiducia dell’interlocutore per ottenere ciò che desidera. Potrà fare ciò anche tramite piccoli commenti casuali, allusioni che possono mettere in luce o amplificare un difetto o debolezza e lo farà magari in pubblico. Nel caso reagiate emotivamente può rappresentarvi come uno squilibrato negando ogni intento negativo. Le critiche possono anche essere nascoste all’interno di discorsi indiretti o con battute.

Il manipolatore inoltre è molto abile nell’utilizzare un linguaggio vago e ambiguo, ciò vale anche quando ponete loro delle domande che tenderanno ad eludere: "L’aggressione viene perpetrata rifiutando di parlare di quello che succede, di discutere, di trovare insieme delle soluzioni" (Marie-France Hirigoyen, Molestie morali, Einaudi, 2000 Torino, p. 104) .

Un linguaggio impreciso che lascia ampio spazio all’ambiguità accrescerà la confusione della "vittima" che non avrà mai elementi validi poiché gli si potrà sempre rispondere "Non intendevo dire questo! Non hai capito nulla". Un’altra tecnica di confusione è la lettura nel pensiero, per esempio "Tu ti mi critichi ma so che in realtà è perché hai un sacco di problemi e sei un persona fragile". Chiaramente i doppi legami sono il pane quotidiano del "manipolatore".

Spesso una delle tecniche preferite è quella di chiamarvi all’ultimo momento e chiedervi un favore con estrema urgenza. Se non accettate diventate automaticamente degli ingrati, perché è anche abile a far pesare ogni cosa che ha fatto per voi come un’enorme debito.

Tra l’altro prendendovi alla sprovvista riesce ad aggirare più efficacemente le vostre possibili opposizioni.

Un’altra caratteristica del manipolatore è il fenomeno psicologico della proiezione. Spesso non potrà fare a meno di proiettare sugli altri caratteristiche che gli sono proprie quasi a sgravarsi di un peso che non potrebbe altrimenti sopportare.

Poiché è un personaggio estremamente narcisista ritiene che gli altri debbano soddisfare unicamente i suoi interessi e quindi spesso non vi ascolterà, si metterà al centro dell’attenzione e non manterrà spesso le promesse con la scusa che aveva terribilmente da fare, richiedendo di essere consolato per tutte le cose che deve sopportare.

La comunicazione privilegiata è di tipo manipolativo (se tu fai questo allora io... se non fai questo io...) e si nasconde spesso tramite minacce velate, per esempio se non fai questo io ti lascerò, oppure se non fai questo se un farabutto, se non fai questo ti capiterà qualcosa di male, andrai in rovina perché non sei nulla senza di me etc.

Se il manipolatore è riuscito ad "agganciarvi" emotivamente allora voi avrete timore di queste "maledizioni" e dovrete effettuare tutta una serie di rituali (ciò che lui vuole che voi facciate) per propiziarvi la sua benevolenza. E verrà quasi da chiedergli "Ho fatto anche questo. Che cosa vuoi ancora che io faccia per placare la tua ira? per sfuggire alla maledizione?"

 

La persuasione nella vita famigliare

 

Per quanto riguarda la vita famigliare si può fare un discorso un poco più approfondito poiché la famiglia è il contesto privilegiato per l’induzione di sintomi in virtù di una interdipendenza economica ed emotiva che facilità il rapport e la suggestione fra i componenti del nucleo. Occorre tuttavia ricordare che la famiglia stessa è calata all’interno della società:

"[...] le strutture sociali penetrano all’interno delle membrane che circondano la famiglia e l’individuo, ricodificandosi in sistemi di credenze e sistemi relazionali e trasformandosi, talvolta, in una realtà interna sopraffacente. (Michele Ritterman - L’ipnosi nella terapia familiare, Astrolabio, 1986 Roma, p.11)

Quindi tra questi tre sistemi: l’individuo, la famiglia, la società esistono delle membrane permeabili che fanno sì, per esempio, che l’individuo introietti convinzioni, critiche proprie della struttura familiare di appartenenza per poi proiettarle all’esterno trasponendole nel contesto sociale della vita adulta. Così capiterà che l’individuo si risenta nei confronti del superiore come se costui fosse suo padre o finirà per riproporre nella vita di matrimonio alcuni drammi specifici della sua infanzia, trattando, per esempio, male suo figlio.

A livello personale l’individuo è capace di autoindursi una serie di pensieri automatici e a livello familiare se guardiamo ai reciproci influenzamenti scopriamo delle vere e proprie induzioni del sintomo, tecniche ipnotiche indirette di disseminazione, confusione, doppi legami, etc.

Al livello sociale la società induce una serie di convinzioni e sintomi che variano come il variare delle mode e delle epoche. Il caso più drammatico di influenza della società sul singolo è la morte vudù: in tal caso lo stregone trae tutto il suo potere dal contesto sociale che lo sostiene.

Così si può dire che "[...] la società può mandare in trance la famiglia, e la famiglia può mandare in trance il singolo membro. Un singolo membro può mandare in trance se stesso, oppure una famiglia o una società che reagiscano alle sue suggestioni (si pensi a Hitler e a Gandhi)". (Michele Ritterman - L’ipnosi nella terapia familiare, Astrolabio, 1986 Roma, p. 49)

Possiamo anche intendere il sintomo espresso dal singolo come una metafora che indica una serie di conflitti tra l’individuo, la famiglia, la società.

A questo punto focalizzerei l’attenzione sul ruolo delle relazioni familiari nell’induzione del sintomo.

La famiglia è regolata da leggi e schemi di comportamento talvolta inespressi è e quindi difficilmente contestabili è che la costituiscono come entità privata e distinta dalla società. Tali regole e tabù vincolano i membri l’uno all’altro secondo un patto di sangue di presunta lealtà reciproca sino a poter stimolare un componente (il capro espiatorio) a entrare o restare in una particolare situazione problematica. Tutto ciò è agito quasi automaticamente secondo una serie di pattern di relazione ricorsivi.

Le forme di induzioni sono indirette e quindi particolarmente potenti nell’indurre uno stato interno senza che la persona possa opporsi. Casi tipici sono i doppi legami. Se per esempio il figlio viene sottoposto a messaggi conflittuali riguardanti il potere e la responsabilità egli da una lato deve comportarsi responsabilmente e diventare adulto, dall’altro deve rimanere un bravo bambino, starsene tranquillo e obbedire.

Rittermann parla anche di "induzioni di parti di sé" che ricorrono quando vengono evocate contemporaneamente o in rapida successione due aspetti comportamentali o parti della personalità contemporaneamente attraverso un direttiva nascosta: "In quanto soccorritore devi restare a casa e aiutarmi, in quanto bambino e persona fallita, sei una palla al piede e un peso finanziario per me, per cui vattene!" (Michele Ritterman - L’ipnosi nella terapia familiare, Astrolabio, 1986 Roma, p. 113)

Altre forme di induzione sono l’attingere alla storia comune per evocare delle fantasticherie che hanno particolare significato all’interno della psicomitologia familiare, come per esempio rinfacciare un certo evento o farne accenno.

Per rafforzare tale processo e renderlo più indiretto si possono utilizzare soltanto delle parole-stimolo capaci di avviare è in virtù del loro carattere simbolico ed evocativo è tutta una serie di sequenze induttive omai sedimentate nella vita famigliare.

Queste parole stimolo per gli estranei possono non avere alcuna valenza emotiva e quindi la risposta spropositata del coniuge verrà vista come sconsiderata.

Si possono poi menzionare le "tecniche di confusione dei confini", quando si induce l’idea che un componente della famiglia sia tale e quale a qualcun altro, che abbia ereditato per esempio i difetti del padre o del farabutto dello zio e quindi stia scendendo una brutta china se non fa ciò che diciamo. Grazie a questa associazione si potrà più volte criticare lo zio Tom senza che il vero bersaglio (per esempio il figlio) possa difendersi perché tanto non si sta parlando veramente di lui.

Un’altra tecnica sono i vincoli con i quali si induce l’idea che l’individuo sarà in realtà incapace e dimostrerà la sua cattiveria, inabilità o altro, qualcosa di molto simile alla sfida dell’ipnotista: "Non riesci a stare in piedi; dai, prova!". "Visto, che non ci riesci, visto che avevo ragione!".

In tal modo si lanciano delle "maledizioni" tramite la rievocazione dei fallimenti dell’individuo piuttosto che delle sue risorse per poi pronosticare un brutto esito nel caso costui non faccia ciò che effettivamente vogliamo e tutto ciò sarà presentato come un intervento a fin di bene. Se invece costui riesce a districarsi dal vincolo e ha compiere qualcosa di buono si potrà dire "Ecco, finalmente dopo tante prediche che ti abbiamo fatto sei riuscito a fare qualcosa di buono! Bravo finalmente, anche quelli con una testa quadrata come te si riescono a cambiare dopo averci fatto sudare sette camice".

Si può anche manifestare una serie di rimostranze e lamentele per poi dire all’altro che può anche non tenerne conto: "Spero che tu ti renda conto che puoi andare in ferie solo grazie ai sacrifici che ho fatto per te, e che rimango a lavorare in ufficio a fare gli straordinari, anche se sono stanca. Ma non ti preoccupare, mi fa piacere che tu parta!".

 

Il mobbing

 

Infine un accenno al mobbing, un fenomeno di cui ultimamente si parla.

Il mobbing è una forma di molestia sul lavoro: "si manifesta come un’azione (o una serie di azioni) che si ripete con una certa frequenza e per un certo periodo di tempo, compiuta da uno o più mobber (o aggressori) per danneggiare la vittima (o mobbizzato), quasi sempre in modo sistematico e con uno scopo ben preciso. Il mobbizzato viene letteralmente accerchiato e aggredito intenzionalmente (il verbo inglese ‘to mob’ significa ‘assalire, aggredire, affollarsi attorno a qualcuno’) da aggressori che mettono in atto strategie comportamentali volte alla sua distruzione psicologica, sociale e professionale. I rapporti sociali si volgono alla conflittualità e si diradano sempre più, relegando la vittima nell’isolamento e nell’emarginazione più disperata. In seguito al mobbing la vittiam può risentire di una varietà di sintomi psicosomatici più o meno gravi, di stati depressivi o ansiosi, di tensione continua e incontrollata. L’esito ultimo è e purtroppo non raro è il suicidio." (Marie-France Hirigoyen, Molestie morali, Einaudi, 2000 Torino, pp. 236-237)

 



 
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