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Questa forma di intervento parte dal
presupposto che il sintomo è un mezzo con cui una persona conquista una
posizione di vantaggio nelle sue relazioni. Se vogliamo eliminare il sintomo
occorre creare un contesto in cui il sintomo diventa un elemento di svantaggio.
Occorre perciò prescrivere una corvée
ó finché la persona mantiene il sintomo è che finisce per causare più
disagio del problema originario.
1. Nel caso di un insonne: "Erickson sapeva che viveva solo col figlio, che non amava fare i
lavori di casa e in particolare odiava mettere la cera perché gli dava fastidio
l’odore. Erickson gli prescrisse di andare a casa e di prepararsi per andare a
dormire alla solita ora, alle 8; però invece di andare a letto egli doveva dare
la cera ai pavimenti per tutta la notte. Alle sette del mattino doveva
smettere, far colazione e andare a lavorare come al solito. La notte
successiva, dopo avere lavorato per tutto il giorno, doveva ripetere la
prescrizione e così per altre due notte di seguito; in questo modo avrebbe
rinunciato a otto ore di sonno visto che in genere dormiva solo un paio d’ore
per notte.
Il paziente andò a casa e
coscienziosamente diede la cera ai pavimenti per tre notti di seguito. La
quarta notte si disse che era veramente stanco di "eseguire gli ordini di
quel pazzo di psichiatra" e tuttavia si era impegnato a rinunciare ancora
a due ore di sonno e quindi doveva continuare. Decise che si sarebbe comunque
riposato solo per una mezz’ora. Si svegliò alle 7 del mattino seguente. La sera
successiva si trovò di fronte al dilemma: dormire o dare la cera come aveva
promesso? Decise di andare a letto alle 8 e di alzarsi per dare la cera se alle
8 e 15 era ancora sveglio. Un anno dopo continuava a dormire profondamente ogni
notte, dicendo che non osa più soffrire di insonnia perché, se non si
addormenta immediatamente, deve passare la notte in piedi a dare la cera. Erickson
commenta: "Sapevo che quell’uomo, pur di non dare la cera, avrebbe fatto
di tutto, perfino dormire"" (Jay Haley, Le strategie della
psicoterapia, Sansoni, p. 87)
2. C’è un paziente affetto da
strabismo con un nome piuttosto strano: "L’ipnotista disse allora che era
molto importante per quel nuovo tipo di trattamento che lui si rendesse conto
del suo strabismo ogni volta che gli capitava e gli chiese quante volte aveva
strabuzzato gli occhi durante la seduta fino a quel momento; il paziente non
seppe rispondere. L’ipnotista sottolineò ancora quanto fosse importante che lui
se ne rendesse conto; così importante, aggiunse, che era opportuno segnalargli
ogni volta, richiamando così forzatamente la sua attenzione. [...] il terapista
sollevò allora un altro problema: come avrebbe potuto il terapista capire che
il paziente aveva notato quel segnale? Fu deciso così, dopo una breve discussione,
che il paziente avrebbe risposto al segnale del terapista pronunciando il suo
nome." (Jay Haley, Le strategie della psicoterapia, Sansoni, p. 97)
Ricapitolando: "la terapia
direttiva pone il paziente in una situazione paradossale da cui egli non può
uscire finché non abbandona la sintomatologia. Invece di aiutarlo a controllare
la relazione col terapista, il sintomo, finché si presenta lo mette in una
situazione di svantaggio." (Jay Haley, Le strategie della psicoterapia,
Sansoni, p. 108)
Gli esempi a questo proposito
sarebbe molti: l"intenzione paradossale" di Victor Frankl, lo
psicodramma, la desensibilizzazione sistematica, il flooding.
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