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Abuso e maltrattamento nell'infanzia PDF Stampa E-mail
Prima di affrontare il problema dell’abuso e del maltrattamento è opportuna una premessa su cosa vuol dire fare e come è stata fatta la storia dell’infanzia. La storia dell’infanzia è forse la più problematica rispetto a ogni altro oggetto delle scienze sociali perché sono poche le notizie che il passato ci offre in merito.
La memoria dell’infanzia è raccontata dagli adulti secondo modalità in cui predomina la concezione e l’interpretazione dell’infanzia in quel momento e contesto storico (Savarese G., 2007 p.619).
Storicamente la società non è mai stata particolarmente sensibile al maltrattamento dei bambini. Nell’antichità erano pratica molto diffusa i sacrifici di bambini e neonati destinati ad essere sacrificati agli dei, in diverse civiltà antiche l’uccisione di bambini deformi o non desiderati era comunemente accettata e praticata.
Il diritto romano nell’antica Roma stabiliva il diritto di vita o di morte sui propri figli. I bambini erano considerati proprietà del pater familias che aveva pieno diritto di trattare i figli come pensava fosse giusto, per cui un trattamento severo veniva giustificato dalla convinzione che potesse essere necessaria una punizione fisica per mantenere la disciplina, trasmettere le buone maniere e correggere le cattive inclinazioni.
Lo sviluppo di una cultura dell’infanzia ha iniziato a diffondersi nei paesi industrializzati solo negli ultimi due secoli e solo dopo il 1900 è osservabile il diffondersi a livello nazionale ed internazionale di iniziative volte alla difesa dei diritti dei bambini, alla protezione dell’infanzia rivolgendosi al problema sommerso dei maltrattamenti, violenze e negligenze verso minori. Da questa trasformazione culturale è nata anche una diversa valutazione degli abusi che, da atti criminosi ed antisociali, vengono letti oggi come espressione di un disagio emotivo che non riguarda solo l’abusato ma anche l’abusante e tutta la famiglia, con un coinvolgimento di diverse discipline, dal diritto, alla psicologia, alla sociologia ed alla psichiatria.L’attaccamento e l’amore per i bambini nel nostro Paese oggi è sentito intensamente come sentimento spontaneo e naturale. Viene naturale pensare e desiderare che tutti i bambini vivano felicemente circondati dalle amorevoli cure dei genitori e degli altri adulti che interagiscono con loro, zii, nonni, fratelli, insegnanti, etc… Ma la cronaca ci pone sempre più spesso dinanzi a fatti in cui i minori sono sottoposti a maltrattamenti, sfruttamenti, sevizie e persino abusi sessuali fin anche tra le mura domestiche.Ascoltare la crudeltà e la gravità dei maltrattamenti inflitti ad un bambino se da un lato suscita sempre emozione ed indignazione dall’altro deve spingere tutti coloro che per il loro operare si trovano a ruotare nel mondo relazionale del bambino (insegnanti, pediatri, operatori sanitari, operatori sociali, forze dell’ordine, magistrati, ….) a conoscere meglio il problema dell’abuso all’infanzia per capire il senso, le radici di ciò che accade, per riconoscere il disagio emotivo e sociale da cui questi fatti derivano, per cogliere i sensi talvolta non molto chiari del disagio del minore abusato e cercare di intervenire per lenire le ferite devastanti che si determinano nel bambino violato. 

I FATTORI DI RISCHIO

I fattori di rischio dell’abuso sessuale possono essere diversi:

Età: le fasce di età più a rischio sono rappresentate dalla pubertà e dai primi anni dell’adolescenza; tuttavia comportamenti sessuali anomali possono riguardare anche bambini molto più piccoli.

Composizione e strutturazione del nucleo familiare: nelle famiglie molto numerose la promiscuità favorisce gli abusi intrafamiliari, soprattutto tra padre e figli o tra fratelli o con parenti. Sono famiglie a rischio di abuso le famiglie isolate dal contesto sociale o dalle rispettive famiglie di appartenenza, quelle che vivono in condizioni abitative inadeguate, quelle emarginate ed immigrate.

Dinamiche familiari specifiche: in recenti studi sull’incesto è stato dimostrato che talvolta l’abuso sessuale intrafamiliare va visto nell’ambito di un sistema relazionale organizzato, distorto e “complice”. Inoltre in molti casi costituisce un fattore di rischio la presenza di genitori con esperienza di maltrattamento o abuso e/o che hanno vissuto gravi carenze affettive nella loro infanzia.

Psicopatologie e tossicodipendenze: spesso la presenza di una patologia mentale o le dipendenze possono essere fattori di rischio; madri depresse, genitori alcoolisti o tossicodipendenti possono con diverse motivazioni abusare sessualmente dei loro figli ( per compensare frustrazioni sessuali e isolamento affettivo, per sfruttare sessualmente il minore ecc.).

Deprivazione socio-economica: numerose ricerche condotte nelle diverse regioni italiane nonché all’estero hanno dimostrato che l’abuso sessuale familiare interessa trasversalmente tutti i ceti sociali contrastando l’opinione generalmente diffusa che l’abuso sessuale si verifichi solo nelle classi sociali più basse. Spesso la realtà dei fatti mostra invece l’aspetto aberrante e crudele di insospettabili professionisti e di persone anche i una certa cultura. Bisogna comunque riconoscere che in situazioni di deprivazione socio-economica e culturale si possono verificare situazioni di trascuratezza fisica e affettiva che non permettono al bambino di sviluppare la capacità di discriminare i pericoli e lo rende predisposto ad accettare qualsiasi attenzione affettiva gli venga proposta dentro e fuori casa, compensatoria di un vuoto affettivo permanente. Inoltre in questi ambienti è più facile riscontrare un atteggiamento di omertà da parte del genitore o di altri familiari non abusanti per timore delle conseguenze penali ma soprattutto per la situazione di grave insicurezza economica.

Scarsa socializzazione e mancanza di fiducia negli altri: queste persone hanno difficoltà di relazione, sono stati inadeguatamente formati come adulti e sono socialmente isolati in quanto scarsamente capaci di sviluppare e utilizzare i sistemi di supporto. Essi capiscono poco dello sviluppo di un bambino e quindi anche delle sue ragionevoli aspettative e dei suoi bisogni psicologici. Un esempio tipico è quello di una madre non sposata, che vive con una serie di compagni, ognuno dei quali resta per un breve periodo per poi andare via ed essere rimpiazzato da un altro. Questi uomini non hanno alcun interesse nei bambini della donna e tendono ad avere poca pazienza con loro.

Limitata capacità di controllarsi: lo stress, la rabbia e la frustrazione e tendenza ad esplodere con violenza, sia verbale che fisica, in risposta a sentimenti negativi.

Fattori di rischio legati al bambino:-         Bambini separati alla nascita dalla madre per malattia o pre-maturità, forse a causa di un legame deteriorato con una madre ad alto rischio.-         Bambini nati con anomalie congenite o con malattie croniche.-         Bambini considerati come difficili o diversi.-         Bambini adottati.Un pericolo comune che lega tutti questi fattori di rischio, sembra essere quello delle aspettative disattese, sia per aspettative poco realistiche dei genitori che per l'incapacità del bambino di rispondere ad aspettative realistiche in conseguenza di un ritardo di sviluppo, iperattività o disciplina incostante.Il maltrattamento fisico è definito come il procurare lesioni che suscitano un dolore significativo, lasciano segni fisici, alterano la funzione fisica o mettono in pericolo l'incolumità dei bambino. E' generalmente ripetuto nel tempo e tende ad aumentare di gravità.La precocità della diagnosi, della denuncia e dell'intervento sono essenziali per prevenire lesioni future e più gravi. I padri e i compagni sono di gran lunga coloro che abusano più comunemente, poi vengono le baby-sitter e, infine, anche le madri.Gli eventi scatenati più comuni sono il pianto e i problemi legati all'igiene personale del bambino. La diagnosi della lesione provocata è stabilita sulla base di una serie di fattori tra cui i dati anamnestici, fisici e comportamentali. 

EPIUDMIOLOGIA DELL'ABUSO NELL'INFANZIA

Ci sono una serie di ricerche con cui si individua un range, un arco, anche perché è difficile compiere ricerche sull'abuso all'infanzia, non si possono porre domande dirette ai minorenni, ci saranno altri modi per scoprirlo. Queste ricerche dicono che dal 14% al 64% della popolazione femminile ha subito un abuso e dal 3% al 29% per la popolazione maschile; il che vuol dire che l'abuso è molto diffuso e le vittime sono soprattutto donne. Qualcuno sostiene che il 20% dei minori ha subito una forma di abuso, un bambino su cinque; ovviamente bisogna cercare di capire che tipo di abuso è, quando è avvenuto, perché a seconda dell'età bisogna valutare il consenso, una serie di studi da compiere.Effetti a breve termine: malattie sessualmente trasmesse, lesioni fisiche, disturbi affettivi. Aggressività, sensi di colpa, crisi di collera, ansia, paura, vergogna e bassa autostima, disturbi del comportamento, devianza, incubi, fobie, disturbi del sonno e dell'alimentazione, problemi a scuola.Effetti a lungo termine: disfunzioni sessuali, difficoltà nell'eccitamento, evitamento o reazioni fobiche all'intimità sessuale, vulnerabilità ad un successivo abuso o allo sfruttamento sessuale, promiscuità, prostituzione, disagio nelle relazioni intime, isolamento, problemi coniugali, depressione, abuso di alcool e droghe, suicidio e, ancora una volta, disturbi nell'alimentazione. Non c'è molto di specifico, c'è di tutto.Quando ci occupiamo di queste persone che hanno subito, una delle cose che si nota di più è quella chiamata "confusione dei linguaggi", perché chi ha subito un abuso, soprattutto familiare, non sa di aver subito un abuso; la confusione dei linguaggi consente all'abusante, che quasi sempre è il padre, di utilizzare il linguaggio della tenerezza per fare violenza. Poi ci vorranno un bel po’ di anni prima che il bambino si renda conto di aver subito una violenza e quando se ne rende conto iniziano i problemi. Il problema è proprio quello di tenere separati questi linguaggi; quello dell'amore, quello della tenerezza e quello della violenza. E' difficile che queste persone, crescendo, imparino ad amare.Effetti sulle femmine: 1/3 delle pazienti psichiatriche ambulatoriali e circa la metà delle giovani devianti (tossicodipendenza, prostituzione, condotte antisociali in genere), sono vittime pregresse di incesto. Alcune ricerche hanno dimostrato che il 75% delle prostitute sono state vittime, nella loro infanzia, di abusi sessuali.
Effetti sui maschi: in uno studio condotto su soggetti maschi che hanno subito un abuso sessuale da bambini è emerso che più dell'80% abusa di sostanze stupefacenti, il 50% ha avuto propositi suicidari, il 23% ha tentato il suicidio, il 70% ha ricevuto un trattamento psicoterapeutico, il 31% ha sessualmente abusato di altri bambini. E’ importante sottolineare quest'ultimo dato perché una delle cose più pericolose che si dice, è che gli autori degli abusi sessuali hanno subito nella loro infanzia, un abuso sessuale; l'hanno subito e lo fanno sugli altri: questa è diventata una vera e propria equazione. Perché è pericoloso continuare a dire questo? Immaginate quando questa notizia viene diffusa (soprattutto tramite la televisione dove si ha il così detto "effetto pioggia", nel senso che non si sa dove va a finire questa informazione) cosa può pensare una bambina che ha subito o che sta subendo un abuso sessuale. Questo minore crescerà con la consapevolezza che prima o poi lo farà lui. Questo, in termini psicologici, si chiama abuso secondario. Non è che non sia vero, ma non è sempre vero (lo è in un terzo dei casi) e, comunque, non è il caso di porgere la notizia come se fosse un'equazione.
Effetti rispetto all'età: più giovane è l'età in cui si scopre l'abuso, peggiori ed insopportabili sono le conseguenze che ne derivano. Se lo scoprono altri, nella vittima rimane il dubbio della complicità. Tutti gli studi clinici che sono stati fatti sulle vittime di abuso hanno accertato una cosa interessante: se lo svelamento, l'autoconsapevolezza dell'abuso, è spontaneo, si supera meglio; l'elaborazione di quello che è successo è più facile. Di solito accade che la bambina che ha subito l'abuso, intorno ai tredici, quattordici anni, si rende conto di averlo subito, si ribella, lo dice alla mamma, sperando che la capisca e che non si schieri con il papà (succede anche questo).Se la rivelazione succede autonomamente, l'elaborazione successiva dell'abuso, cosa molto lunga e laboriosa, va meglio; se invece la rivelazione o lo svelamento dell'abuso viene fatto da altri, di solito la madre, il rischio è che a questa bambina rimane il dubbio “se non lo avesse detto mia madre, io l'avrei mai detto? E perché non lo dicevo? Se è stato necessario che lo dicesse mia madre vuol dire che in qualche modo mi piaceva”.Questo rientra nella confusione dei linguaggi di cui si parlava prima. Il problema di noi psicologi è: nel momento in cui ci rendiamo conto che c'è un abuso, dobbiamo aspettare che ci sia un'elaborazione autonoma interna? Ovviamente no, non possiamo aspettare che sia lei a denunciare.Il problema vero è quindi quello di cercare di accompagnare questa vittima nel processo di autoconsapevolezza prima e processo penale poi. Queste denunce vanno fatte, perché se non vengono fatte, non solo non è giusto, ma gli abusanti continueranno a credere che godono di una impunità. I dati forniti dal Consiglio d'Europa riferiscono che i casi denunciati costituiscono dal 5% al 15% dei casi effettivi: il fenomeno è soprattutto sommerso. Nel 94% dei casi le denunce di abuso sessuale fatte dai bambini sono state confermate dalle indagini successive e solo nel 6% dei casi il minore non è attendibile, quindi bisogna smetterla di mettere in dubbio l'attendibilità del minore.A questo proposito per gli psicologi diventa assolutamente importante l'ascolto del minore. Il problema non è ciò che dice, è come lo ascoltiamo. Se siamo in grado di ascoltarlo, probabilmente, lo renderemo più attendibile.
Altri pregiudizi sull'abuso: che l'abusante di solito è considerato un vecchio sporcaccione, un maniaco, un pazzo, un ubriaco; non è vero: la maggior parte degli abusanti sono giovani maschi, senza alcun segno di disagio mentale, né di abuso di alcool, appartenenti ad ogni classe sociale. L'alcool e la droga, se ci sono, hanno solo l'effetto di slatentizzare una condotta che comunque, in determinate occasioni (solitudine, promiscuità, intimità) può emergere.



 
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