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Il terapeuta che è in noi PDF Stampa E-mail

 

Nel nostro lavoro di terapeuti ci siamo chiesti cosa fosse terapeutico,  cosa permetteva alle persone di stare meglio rispetto alla loro vita, alle loro abitudini, cosa permettesse alle persone di cambiare.

INDICE  
 
Per rispondere ad una domanda del genere non ci siamo posti sul piedistallo autorizzandoci ad essere referenti privilegiati nel ruolo di psicologi, bensì abbiamo volutamente considerato il bisogno e la ricerca di soddisfazione, cioè a dire dove vanno le persone normali che desiderano cambiare, migliorare la loro vita,  tirare fuori le loro qualità e potenzialità?
La maggior parte del lavoro che potremmo considerare “terapeutico” è svolto da persone, professionisti e non professionisti, che svolgono la loro attività in qualità di individui che si occupano di  relazioni d’aiuto, i loro ruoli operativi sono i più diversi:  medium, maghi, sensitivi, ed altri ancora.
In comune questi operatori hanno un’utenza che cerca risposte, cerca un aiuto, una guida, cerca di cambiare la propria vita, di migliorare la propria condizione, cerca un proprio ruolo, l’occasione, desidera conoscersi meglio, o è semplicemente curiosa rispetto alla vita, alle proprie esperienze.
La considerazione che la maggior parte delle persone normali si rivolgano a queste figure come interlocutori privilegiati e non  si rivolgessero a psicologi, medici, psichiatri, neurologi o psicotarapeuti ci ha fatto pensare: cosa fanno tali individui da essere così ricercati, è stata la domanda che ci siamo posti, cosa distingueva il loro lavoro dal lavoro di un professionista laureato?
La risposta ci è arrivata venendo a conoscere il loro modo di fare “terapia”, mettendo in luce le loro qualità, la loro competenza in merito al loro operato.
L’impressione che ne abbiamo avuto è stata di avere a che fare con persone normali, semplici, assolutamente simili ad altre persone con altri mestieri, dunque solo il loro  interesse specifico, verso le relazioni d’aiuto, distingueva il loro operato rendendoli utili.
L’idea stessa di terapia sembra aver cambiato aspetto rispetto a queste “normali” qualità manifestate da questi “terapeuti” considerati in fondo dilettanti, si potrebbe parlare veramente di terapia della normalità, di senso comune, caratteristiche, qualità o doti riscontrabili in ogni individuo, la differenza è proprio da ricercarsi nella dedizione e convinzione rispetto a ciò che si fa.
Ogni individuo possiede doti che potremmo definire terapeutiche, qualità e caratteristiche che lo rendono capace di relazionarsi con gli altri, consigliare un amico, essere educativi, aiutare, guidare il proprio figlio, consigliare come sconsigliare.
E’ stata questa considerazione che ci ha fatto maturare l’idea di formare operatori in relazioni d’aiuto, riscontrando nella figura del counsellor tale operatore.
L’idea di fondo da cui siamo partiti è stata duplice, da un lato formare counsellor partendo dalle doti e qualità che ogni persona porta con sè, anche in modo inconsapevole, rispetto a qualità relazionali e terapeutiche, dall’altro lato sviluppare concetti ed esperienze terapeutiche che possano realmente appartenere al quotidiano, all’interno di un bacino culturale, filosofico e scientifico, di grande respiro concettuale e di grande apertura rispetto a scenari futuri, rispetto allo sviluppo ed alla conoscenza dell’uomo.
A tale proposito l’ipnosi ed il costruttivismo sono gli spazi ideali per considerare l’idea di “breve terapia”, non terapia breve che dà, al contrario, l’idea di un percorso ridotto rispetto a terapie considerate lunghe e complesse, noi riteniamo terapeutico ciò che permette di restituire ad una persona autonomia e benessere psico-fisico rispetto ad un obiettivo stabilito, in tale direzione per noi non ha molto senso pensare di conoscere se stessi, la persistenza di un comportamento va intesa come mantenimento della propria identità, possiamo solo considerare l’idea di costruire noi stessi, mente e comportamento, scelte e decisioni sono costruzioni della mente non scoperte, non ha dunque peso pensare di scoprire parti di noi stessi senza rilevare le intrinseche intenzionalità che ci guidano rispetto a obiettivi pre-stabiliti.
Se dunque si può intendere la terapia in un contesto differente, possiamo ipotizzare che normalmente non ci sia patologia nella vita delle persone, se non unicamente un ordine differente in cui disporre le esperienze della vita, un’organizzazione di pensieri, che può risultare asincronica rispetto all’esterno.
Parlare di terapia della normalità è possibile se ci si orienta all’idea di guidare le persone verso il senso comune condiviso, pur mantenendo  le proprie personali idee sulla vita, le proprie intenzioni, decisioni, essere in grado di adattarsi al mondo, motivando la propria vita, finalizzandone intenzioni ed esperienze.
La vita non ha scopo, siamo noi a darle uno scopo, a motivarci, a ricercarne il fine, non c’è scopo fino a quando non si comincia a trovarne uno, o ad adottarlo, o a riceverlo da altri, lo scopo della vita è come un imprinting a cui si rimane esposti fino a farne una ragione di vita.
Lo scopo o gli scopi della vita si fissano in noi lasciandoci un grande senso di appagamento, di realizzazione, il gusto alla vita si struttura poco alla volta con i principi ipnotici orientativi semplici e facili da comprendere attraverso i principi orientativi ed ipnotici dell’educazione:
 
a) il “caricamento” di un programma;
 
b) rinforzi positivi ogni volta che il programma viene seguito; 
 
c) rinforzi negativi ogni volta che il programma non viene seguito; 
 
d) scoraggiamento verso qualunque tentativo di modificare, anche in modo creativo, il programma ricevuto.

L’organizzazione della vita attraverso programmi differenti mette in luce le relazioni che vanno mantenute e che favoriscono un orientamento verso il fine, lo scopo alla vita, che ci si è dati, la vita viene poi vissuta, in modo contingente, attraverso le esperienze che di per sè costituiscono la causa del mondo in cui ci si trova a vivere, attraverso il senso comune condiviso, la conseguenza delle  scelte, delle decisioni, delle possibilità e delle necessità che si è dovuti affrontare.
“Le disgrazie sono tali dal momento che le conosciamo, se non le conoscessimo non sarebbero disgrazie!”. La conoscenza ci orienta a dare valore ed importanza alle cose, la conoscenza non è disinteressata, ci obbliga a creare catene di causa ed effetto, ci orienta umori, volontà, intenzioni; la conoscenza è radicata in noi e pretende da noi azioni, comportamenti, volontà.
L’intelligenza è come un metodo che media tra computi differenti, (semplici elaborazioni della mente), generando dei cogiti, (pensieri compiuti), l’intelligenza è il passaggio da un computo ad un cogito, in tal modo è favorita e favorisce il movimento fisico e/o cognitivo.
Il binomio problematico rispetto all’esistenza delle persone è riassumibile in quello che è il “principio etico ed estetico” della vita; il primo, principio etico afferma: “agisci in modo da aumentare le possibilità di scelta”. Il secondo, il principio estetico dice: “se vuoi conoscere devi agire”.
Proprio da questi due principi generano la maggior parte dei problemi psicologici delle persone.
In primo luogo i problemi generano da ambienti poveri di stimoli, in cui le persone non trovano modo di soddisfare le richieste di movimento cognitivo che la loro intelligenza richiede (possibilità di scelta troppo limitate).
Il secondo problema è legato all’impossibilità di agire; quando si è bloccati da principi culturali, valori e credenze, che non ti lasciano libertà di azione (limitatori esistenziali che derivano dall’ambiente esterno).
In terzo luogo si può rimanere bloccati da un non efficace metodo interno di organizzazione.
In ultimo si riscontano problemi a fronte di un eccesso di stimoli esterni all’individuo, che generano confusione o cattiva organizzazione al suo interno.
Il problema è che fino ad oggi si sono curati gli effetti di tali limitazioni, definendoli patologie mentali; non si è studiata l’eziologia di tali problemi, per poter agire in modo preventivo, rispetto ai risultati negativi ottenuti.
Soprattutto non si è tenuto in considerazione il problema dell’”intelligenza”, uno perchè non la si conosce ancora, due perché lavorando a valle sugli effetti dell’intelligenza stessa, noi consideriamo patologico un effetto e lo curiamo non considerando il fatto che questo deriva da una legittima organizzazione a monte che è l’intelligenza.
Già nel 1941, A. Korzybski, nel suo libro “Scienze and sanity” citava la relazione tra mappa e territorio: un messaggio, di qualunque genere, non è costituito dagli oggetti che denota, la parola gatto non ci può graffiare; il linguaggio è in una relazione con gli oggetti che denota, pari a quella esistente tra una mappa ed il suo territorio.
La “mappa” delle patologie mentali è stata ricavata da un territorio, l’intelligenza, considerando, di questa, i soli effetti negativi ottenuti dalle esperienze umane.
L’intelligenza vive in una dimensione di gioco in cui più elementi possono essere messi insieme in modo creativo e fantastico, la dimensione di scopo o fine spesso prende il sopravvento e attraverso un percorso di causa/effetto viene ad autogiustificarsi come percorso cognitivo, smettendo in tal modo di essere gioco e prendendo le connotazioni di “cosa seria”.
Il problema non deve essere il considerare il gioco come una cosa seria, esperienza che viene fatta nel momento in cui si studiano gli effetti (mappa) dell’intelligenza (territorio), ma porsi la domanda: “Questo è un gioco?”.
 


 
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