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Il terapeuta che č in noi PDF Stampa E-mail
 

Nel momento che un individuo ha un comportamento bizzarro, tendenzialmente riceve dall’esterno un rinforzo negativo; se questo , l’individuo tornerà a dare comportamenti accettabili, ricevendo rinforzi positivi. Nel momento che, però, il rinforzo negativo non viene collegato direttamente al comportamento bizzarro, l’individuo produrrà nuovi comportamenti bizzarri nel tentativo di ricevere rinforzi positivi, continuando a non capire cosa gli viene chiesto.
Essendo l’intelligenza il sistema più idoneo per modellare nuovi metodi di adattamento, l’individuo tende a giocare, attraverso la sua intelligenza, nuove carte di adattamento all’ambiente; essendo giudicato, in base ai suoi comportamenti evidenti, corre il rischio di essere frainteso.
Come all’interno di un sogno, il sognatore non si rende conto di sognare, così nei comportamenti intelligenti il nostro interlocutore dimentica di porsi la domanda: “Questo è un gioco?”. Prendendo sul serio i propri comportamenti è lui stesso a cadere irretito dagli effetti (comportamento patologico), rispetto alla causa (intelligenza).
Dinnanzi ad un processo terapeutico, un operatore professionale tende a rilevare da un comportamento preso in esame ciò che può capire, e lo fa rispetto alle sue teorie, conoscenze, credenze. Dunque i presupposti da cui parte l’operatore sono fondamentali per capire il processo terapeutico stesso; un presupposto è un qualcosa che dev’essere vero perché quel che segue abbia un senso. Dunque se considero la patologia, perché essa abbia un senso, devo dare lettura del comportamento, partendo da presupposti che giustifichino la patologia stessa.
Se ad esempio parto dall’idea che il cervello genera patologia, leggo i processi che la giustificano, senza prendere in considerazione i giochi dell’intelligenza, continuo a considerare gli effetti come unica causa, non conoscendo le cause che l’hanno generata.
Considerando la terapia da un punto di vista differente dai presupposti classici della psicopatologia, è possibile ipotizzare il cambiamento nell’individuo, lavorando sulla sua intelligenza, utilizzandone le risorse e lavorando sull’idea di salute.
Dal momento che è sempre importante avere una cornice di riferimento esterna, per comprendere ciò che succede al suo interno, il nostro comportamento va necessariamente considerato all’interno di una cornice più ampia che è l’intelligenza.
Ogni insieme va considerato a sé rispetto agli altri, l’insieme delle patologie non può portare con sé l’insieme delle terapie, come l’insieme dei comportamenti non può essere annoverato come l’insieme delle intelligenze. Nessun insieme può essere elemento di se stesso. Così nel considerare, un gioco è solo la decisione che ci permette di scegliere se tale gioco è un tentativo di distinguere tra elementi esistenti o di tracciare nuove linee di confine e ricavarne nuove conoscenze.
La “breve terapia” è interessata a tracciare nuove linee di conoscenza piuttosto che a dedurre vecchi concetti di patologia e, dovendo partire da punti di forza, cerca le risorse dell’individuo ed ipotizza una nuova organizzazione partendo da esse.
La “breve terapia”  è un metodo che permette di ricontestualizzare la vita della persona, fornendole strumenti di lettura diversi da quelli per i quali si era data spiegazioni.
Prima della terapia il paziente pensa ed agisce in base ad un insieme di regole (spiegazioni) con le quali costruire e comprendere le proprie esperienze; dopo la “breve terapia” il paziente opera con un insieme di regole diverse. Le esperienze (cause) generano, in tal modo, mondi diversi (effetti).
Perché questo possa avvenire, le regole non devono essere consapevolizzate, perché sono regole che lavorano sull’intelligenza, restano inconsce e non lavorano sui comportamenti, che sono consapevoli. Dunque nella terapia è fondamentale sviluppare una comunicazione ad un altro livello, rispetto  a queste regole, deve essere passato un messaggio di cambiamento delle regole stesse.
C’è una grande somiglianza tra il processo terapeutico, come nella “breve terapia ipnotica” ed il fenomeno del gioco: ambedue hanno bisogno di un codice di riferimento, per comprendere quando si è nel  gioco e quando si è nella realtà, e comunque entrambi si rifanno ad una realtà concreta e condivisa rispetto  alle metafore che vengono utilizzate come mediatori. Praticamente sia il gioco, sia la terapia sviluppano la dimensione del “come se”, per trasformarla in “cos’ è”.
E’ questa la ragione per cui l’ipnosi è lo strumento privilegiato per ogni forma di terapia.
Tendenzialmente la rigidità è un fenomeno collegato all’intelligenza, dal momento che il gioco viene trasferito in una categoria del reale e se ne dimentica questo passaggio. Al contrario, ciò che è regno della fantasia viene considerato come impossibile e quindi allontanato da criteri dell’intelligenza. E’ fondamentale imparare a riconoscere le verità all’interno della fantasia e poter in tal modo sfruttare le risorse di una persona.
In fondo possiamo parlare di sviluppo della comunicazione umana, quando si è smesso di rispondere automaticamente ai segnali dello stato di umore dell’altro, divenendo capaci di riconoscere che il scoprendo che i segnali sono solo segnali,“segno” è il “segnale”, divenendo così capaci di riconoscere che i segnali dell’altro individuo, ed anche i propri, sono soltanto segnali; possono essere creduti, non creduti, contraffatti, negati, amplificati, cambiati, e così via. Troppo spesso tutti noi reagiamo automaticamente ai titoli dei giornali come se questi fossero indicazioni oggettive. E’ dunque fondamentale comprendere il dramma che l’uomo ha vissuto, forse mangiando il frutto dell’albero della conoscenza, che i segnali sono solo segnali e che un comportamento è solo un comportamento.
Nella semplicità con cui comprendiamo che spesso i segnali non vogliono dire nulla, accettiamo l’idea che la vita non abbia un fine, se non quello che siamo noi a darle, accettiamo il fatto che nella realtà non ci sono dati, ma solo presi (scelte), che dal momento che per poter percepire dobbiamo anticipare le esperienze, noi diventiamo i migliori profeti di noi stessi.
Da queste considerazione possiamo dire è iniziata la nostra attività formativa, invertendo la tendenza abbiamo messo al scienza psico-fisio-neurologica al servizio dell’uomo, della vita,  della normalità, del benessere, come del disagio, comprendendo come molte volte il problema stia nella scarsa comprensione del fenomeno, piuttosto dello scarso risultato ottenuto; come per la medicina ed altre scienze giovani che hanno impiegato secoli e secoli per poter comprendere i fenomeni e risultar efficaci, così anche per la psico-fisio-neurologia, e le altre scienze connesse al funzionamento del comportamento umano, ci vorrà ancora tempo prima di avere risultati utili ed innovativi, capaci di capire i fenomeni umani ed agire preventivamente rispetto alla loro eziogenesi.
Siamo convinti che le risposte stiano nello studio degli stati mentali, il lavoro attraverso l’ipnosi, per mezzo di considerazioni ed intuizioni di personaggi capaci di operare in contesti differenti, in discipline che ancora non parlano molto tra loro, il costruttivismo, che potremmo definire scienza e conoscenza della cognizione (cognitivologia), riesce a riunire scienze differenti, come le neuroscienze, la cibernetica,  la biologia, ed altre ancora, dandoci l’opportunità di affrontarne sviluppi ed opportunità.
La considerazione che si conosce ancora troppo poco dell’uomo psicologico, della sua vita futura, degli orizzonti che si stanno disvelando ai suoi occhi, per poter considerare svelata sua vita come la sua conoscenza, ci ha spinto a percorrere nuove strade per formare le persone ad operare nelle relazioni d’aiuto, partendo da ciò che sono in grado già di fare, comunicando con gli altri, usando la loro intelligenza, il senso comune ed il buon senso, aggiungendo ciò che la scienza della cognizione e l’esperienza dell’ipnosi permettono oggi di dirci e darci, questo è ciò che ci avvicina a trovare un terapeuta all’interno di ciascuno di noi.



 
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